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KARL IN THE RESORT

30.06.2026

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del Resort

«Uno spettro si aggira per l’Europa». La celebre apertura del Manifesto del Partito Comunista potrebbe essere oggi parafrasata in modo inatteso: lo spettro che attraversa il continente non è più quello della rivoluzione, ma quello del resort. Da Gaza all’Albania, dalla Sardegna alla Puglia, un medesimo immaginario sembra imporsi come destino inevitabile: il grande complesso turistico di lusso viene presentato come l’unica via possibile allo sviluppo economico, alla modernizzazione dei territori, alla creazione di ricchezza.

Il progetto della trasformazione del litorale di Gaza in una futura Riviera mediterranea, le speculazioni sull’isola di Sazan in Albania, il maxi-insediamento turistico di Tavolara Bay in Sardegna, fino al progetto del Beach Resort di Costa Ripagnola in Puglia, sembrano appartenere a contesti diversi. Eppure condividono una stessa narrazione: il paesaggio diventa una risorsa da valorizzare economicamente attraverso il turismo di lusso e la sua trasformazione in merce.

Ma dietro questa promessa di prosperità si nasconde un cambiamento più profondo del rapporto tra società, territorio e potere.

DALL’ESTRAZIONE DEL LAVORO ALL’ESTRAZIONE DEL PAESAGGIO

Per oltre due secoli il capitalismo industriale ha fondato la propria accumulazione sullo sfruttamento della forza lavoro. Fabbriche, miniere, acciaierie e grandi impianti produttivi rappresentavano l’architettura materiale del potere economico. Oggi, in molte aree dell’Occidente postindustriale, la logica sembra mutata.

Non si estrae più principalmente valore dal lavoro umano concentrato nelle fabbriche, ma dal paesaggio, dalla natura, dal tempo libero e dall’esperienza turistica. La spiaggia, la costa, la montagna, il centro storico, il tramonto e persino il silenzio diventano elementi di una nuova catena del valore.

Il resort non produce beni materiali: produce accesso privilegiato. Trasforma ciò che era comune in esperienza esclusiva. In alcuni casi arriva perfino a limitare o ostacolare l’accesso ai beni pubblici, come il mare, che nella tradizione mediterranea è sempre stato percepito come spazio condiviso.

LE NUOVE ENCLOSURES

Questo processo richiama sorprendentemente quanto accadde in Inghilterra tra il XIII e il XIX secolo con le enclosures. I terreni comuni, utilizzati collettivamente dalle comunità rurali, vennero progressivamente recintati e privatizzati. Ciò che apparteneva a tutti divenne proprietà di pochi.

Karl Polanyi vide in quel processo uno dei momenti fondativi della modernità capitalistica. Oggi assistiamo a una sorta di nuova enclosure del paesaggio. Le recinzioni non sono sempre fisiche; spesso sono economiche, giuridiche o simboliche. Non occorre impedire formalmente l’accesso: basta rendere un luogo funzionale esclusivamente ai consumi di una minoranza privilegiata.

Le coste, le isole, i borghi storici e persino gli ecosistemi vengono progressivamente incorporati in una logica privata che trasforma il bene comune in rendita.

IL RESORT COME ARCHITETTURA DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO

Il resort rappresenta forse una delle forme architettoniche più caratteristiche del capitalismo contemporaneo. Dopo la fase industriale e quella finanziaria, emerge un modello che trae profitto dall’organizzazione dello spazio e dalla gestione selettiva dell’accesso.

Si costruiscono enclave protette, luoghi dell’esclusività, isole di lusso immerse spesso in territori segnati da precarietà economica e marginalizzazione sociale. Non si tratta semplicemente di strutture ricettive: esse incarnano una precisa idea di società.

Da una parte gli spazi riservati al consumo, alla sicurezza e al privilegio; dall’altra i territori che forniscono servizi, lavoro stagionale e forza lavoro a basso costo. Il rischio è quello di una crescente frammentazione dello spazio sociale, dove la separazione diventa principio organizzatore della geografia.

UNA NUOVA GEOGRAFIA DELLA SOTTRAZIONE

Le mobilitazioni che emergono in diverse parti del Mediterraneo non riguardano soltanto questioni ambientali. Esse esprimono la percezione che sia in corso una progressiva sottrazione di beni comuni e di sovranità territoriale.

In questo senso il termine di “palestinizzazione” può essere letto come metafora politica di una condizione in cui comunità locali vengono chiamate ad accettare decisioni prese altrove, assistendo alla trasformazione dei propri territori senza un reale potere di intervento. Il modello dell’apartheid israeliano in Cisgiordania, se non fermamente criticato e ripudiato, normalizza l’idea di una geografia a macchia di leopardo con zone solo per privilegiati circondati da territori di poveri e marginalizzati

La questione non riguarda soltanto la proprietà economica, ma la possibilità stessa di abitare un luogo, riconoscersi in esso e partecipare alle decisioni sul suo futuro.

L’ARCHITETTURA COME LINGUAGGIO DEL POTERE

Ogni epoca ha costruito i propri simboli. Gli ziggurat raccontavano il potere teocratico delle antiche civiltà mesopotamiche; gli anfiteatri la grandezza imperiale di Roma; i castelli il feudalesimo; le cattedrali il dominio spirituale del Medioevo; le fabbriche l’era industriale; i grattacieli il capitalismo finanziario globale.

Anche il resort appartiene a questa genealogia. Non è soltanto un edificio: è un dispositivo culturale che racconta un modello di società, una concezione del territorio e una precisa distribuzione del potere.

La domanda che attraversa oggi il Mediterraneo è dunque più profonda di una semplice disputa urbanistica. Non riguarda soltanto ciò che si costruisce, ma il tipo di mondo che si desidera abitare. Se il resort è davvero il simbolo architettonico del nostro tempo, allora il conflitto che lo accompagna non è un conflitto locale. È uno scontro tra due visioni opposte del paesaggio: da una parte il territorio come bene comune, luogo di relazioni, memoria e appartenenza; dall’altra il territorio come asset economico da valorizzare e monetizzare.

In gioco non c’è soltanto il destino di una costa, di un’isola o di una spiaggia. C’è la definizione stessa di ciò che, nel XXI secolo, continueremo a considerare comune.

ML

Viaggio nella trance musicale: tra Umm Kulthum e i Pink Floyd

30.06.2026

Provo in questo articolo a mettere a confronto due opere molto significative del panorama musicale moderno nate quasi contemporaneamente in due punti lontani ma che hanno avuto un profondo impatto e continuano ad essere molto significative per milioni di persone. Il confronto è un pretesto per mettere in risalto dettagli, estetici, psicologici, artistici e storici che possono aiutare a sviluppare un gusto più ampio e con meno pregiudizi, precondizione necessaria per un dialogo profondo tra culture.

Tra le opere musicali più ipnotiche e monumentali del Novecento, Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd e Alf Leila wa Leila di Umm Kulthum sembrano appartenere a universi inconciliabili. Da un lato la Londra post-psichedelica degli anni Settanta, attraversata da sintetizzatori, alienazione e rock progressivo; dall’altro il Cairo nasseriano, con le sue orchestre orientali, il culto del tarab e la poesia araba moderna. Eppure, ascoltando attentamente queste due composizioni, emergono sorprendenti consonanze profonde: entrambe sono costruite sulla dilatazione del tempo, sulla trance emotiva, sull’evocazione di un’assenza e sulla capacità della musica di trasformarsi in esperienza quasi rituale.

Le due opere nascono in momenti storici differenti ma ugualmente traumatici. Alf Leila wa Leila appare nel 1969, appena due anni dopo la devastante sconfitta araba del 1967. L’Egitto di Gamal Abdel Nasser viveva una profonda crisi identitaria e morale. La voce di Umm Kulthum rappresentava allora una forma di ricostruzione simbolica del mondo arabo: un luogo emotivo condiviso capace di restituire dignità, nostalgia e continuità culturale.

Shine On You Crazy Diamond, pubblicata nel 1975, nasce invece nell’Europa disillusa del dopo-utopia hippie. Dopo il trionfo di The Dark Side of the Moon, i Pink Floyd si trovavano immersi in una crisi esistenziale aggravata dall’assenza di Syd Barrett, il fondatore del gruppo, consumato da fragilità psicologica, isolamento e abuso di sostanze. La canzone diventa così una lunga elegia per un amico perduto e per la fine dell’innocenza psichedelica degli anni Sessanta.

Il brano Alf Leila wa Leila (“Mille e una notte”) nacque dall’incontro di tre figure fondamentali della cultura egiziana: la voce di Umm Kulthum, i versi del poeta Morsi Jamil Aziz e la composizione del grande musicista Baligh Hamdi. Quest’ultimo era già considerato un innovatore capace di introdurre nella musica araba elementi orchestrali moderni senza tradire la tradizione modale orientale. Negli anni Sessanta, Baligh Hamdi stava trasformando il linguaggio della canzone egiziana: ritmi più dinamici, aperture melodiche influenzate anche dalla musica occidentale, uso teatrale delle introduzioni orchestrali e un’attenzione quasi cinematografica alla costruzione emotiva.  

È straordinario osservare come entrambe le opere siano costruite sulla memoria di un’assenza. In Umm Kulthum, l’assenza è quella dell’amore impossibile, dell’istante che vorrebbe durare “mille e una notte”. Nei Pink Floyd è l’assenza concreta e dolorosa di Syd Barrett. Ma in entrambi i casi la musica non descrive direttamente ciò che manca: lo evoca lentamente, come un’apparizione.

Dal punto di vista formale, le analogie sono sorprendenti. Entrambe le composizioni rifiutano la struttura breve della canzone popolare e si sviluppano invece come grandi suite emotive. Alf Leila wa Leila supera spesso i quaranta minuti nelle versioni dal vivo; Shine On You Crazy Diamond arriva a ventisei minuti distribuiti in nove movimenti. La durata non è un eccesso estetico, ma il cuore stesso dell’esperienza.

Molti musicologi arabi hanno sottolineato che il tarab — quella forma di estasi collettiva tipica della musica araba classica — nasce proprio dalla ripetizione, dalla lentezza e dalla variazione continua. Curiosamente, gli studiosi anglosassoni del progressive rock descrivono in modo simile l’esperienza floydiana: immersione sonora, sospensione temporale, trance contemplativa.

La gestione del tempo musicale rappresenta forse la similitudine più profonda. Entrambe le opere iniziano lentamente, quasi rifiutandosi di “cominciare”. L’introduzione di Alf Leila wa Leila costruisce un’attesa ipnotica fatta di archi orientali e aperture melodiche progressive; Shine On You Crazy Diamond apre con lunghi accordi sospesi, sintetizzatori cosmici e note rarefatte di chitarra. In entrambi i casi l’ascoltatore viene gradualmente trascinato dentro uno spazio mentale.

Eppure le differenze restano radicali.

La musica di Umm Kulthum nasce da una cultura profondamente orale e improvvisativa. Ogni esecuzione dal vivo era diversa. La cantante modulava continuamente le frasi in risposta alle reazioni del pubblico, che gridava “Allah!” o “Ya salam!” quando raggiungeva il culmine emotivo. Il concerto diventava un dialogo vivo fra cantante e ascoltatori.

I Pink Floyd, al contrario, costruiscono un’esperienza più introspettiva e tecnologica. L’estasi non nasce dall’interazione vocale col pubblico ma dalla stratificazione sonora dello studio: sintetizzatori EMS, riverberi analogici, sovraincisioni, effetti spaziali. È una trance elettronica e contemplativa, non comunitaria nel senso tradizionale arabo.

Anche il rapporto con la voce è opposto. Umm Kulthum domina totalmente la composizione: la voce è il centro assoluto dell’universo musicale. L’orchestra serve a preparare, sostenere e amplificare la sua interpretazione. Nei Pink Floyd, invece, la voce è quasi secondaria rispetto all’atmosfera strumentale. Lunghissime sezioni di Shine On You Crazy Diamond sono prive di canto: la memoria di Syd Barrett viene evocata soprattutto dalla chitarra di David Gilmour e dalle tastiere di Richard Wright.

Vi è poi una differenza fondamentale nel rapporto con il sacro. In Umm Kulthum, anche l’amore profano assume una dimensione spirituale. La tradizione araba del tarab deriva storicamente anche dalla recitazione coranica e dalla poesia mistica sufi: la voce deve trasportare l’ascoltatore fuori dal tempo ordinario. In Shine On You Crazy Diamond, invece, la spiritualità è laica e cosmica: nasce dall’eco dello spazio, dalla malinconia dell’universo, dalla perdita dell’identità individuale nella vastità sonora.

Eppure, paradossalmente, entrambe le opere generano lo stesso effetto: la sospensione del tempo.

Diversi critici francesi hanno osservato che sia Umm Kulthum sia i Pink Floyd costruiscono una “musica dell’attesa”. Non vi è fretta narrativa. La bellezza emerge dalla ripetizione, dalla dilatazione, dalla permanenza nell’emozione. In un’epoca contemporanea dominata dalla velocità digitale, entrambe le opere appaiono quasi sovversive.

Esistono anche sorprendenti parallelismi biografici. Syd Barrett e Umm Kulthum rappresentano due miti opposti della modernità musicale. Barrett è il genio frantumato, l’artista dissolto dalla propria fragilità mentale; Umm Kulthum è invece il controllo assoluto, la disciplina ferrea, la sovrana della scena araba. Eppure entrambi hanno generato attorno a sé una dimensione quasi sacrale. Barrett è diventato il fantasma romantico del rock occidentale; Umm Kulthum la voce eterna del mondo arabo. Forse il punto più sorprendente è che entrambe le composizioni trasformano il dolore in architettura sonora. Alf Leila wa Leila prende la nostalgia amorosa e la rende universo poetico infinito; Shine On You Crazy Diamond prende la perdita di Syd Barrett e la trasforma in cattedrale cosmica del rock progressivo.

In fondo, le due opere condividono la stessa intuizione: la musica più grande non è quella che racconta semplicemente una storia, ma quella che modifica la percezione del tempo e della memoria. Umm Kulthum lo fa attraverso la voce e il tarab; i Pink Floyd attraverso l’elettricità e lo spazio sonoro. Ma in entrambi i casi l’ascoltatore entra in una dimensione sospesa, dove l’assenza diventa presenza e la durata diventa eternità.
di ML

ERRI DE LUCA, NOI E IL PETTINE DELLA STORIA

26.05.2026

Stiamo vivendo davvero un tempo straordinario. Straordinario perché è un tempo fuori dall’ordine, fuori dalle cornici abituali, fuori da quelle rassicurazioni che per anni abbiamo scambiato per verità stabili. Molto di ciò che credevamo saldo oggi appare incrinato. Assistiamo a grandi delusioni — o forse, più precisamente, a profonde disillusioni — perché stanno crollando intere narrazioni che ci avevano aiutato a sentirci protetti dentro una certa idea di mondo, di giustizia, di progresso, di coerenza.

L’immagine che oggi mi sembra più capace di raccontare questo tempo è quella del pettine della storia.
Un pettine attraversa. Separa. Porta alla luce. Scioglie oppure mostra i nodi nascosti dentro la trama. Passa lentamente e, dente dopo dente, costringe a vedere ciò che prima restava confuso, coperto, intrecciato. Forse è proprio questo che la storia sta facendo con noi: ci sta passando dentro.
Sta attraversando coscienze, appartenenze, ideologie, posture morali, parole, paure e convinzioni. E ogni dente del pettine fa emergere nodi profondi che pensavamo secondari e che invece raccontano chi siamo davvero.
Fino a oggi, almeno, ne abbiamo visti chiaramente tre
.

Il primo dente ha mostrato chi ha barattato la libertà con una pseudo-sicurezza.
Lo abbiamo visto nel tempo del Covid. In quella frattura della realtà è emerso quanto facilmente la paura possa diventare più forte della coscienza critica. Quanto il bisogno di protezione possa trasformarsi nell’accettazione acritica del controllo, della semplificazione, della rinuncia. Il nodo profondo riguardava l’umano. Abbiamo visto persone fortemente identificate con ruoli, idee, appartenenze, e poco allenate a restare in contatto con la parte più fragile, viva e responsabile di sé. Si è spezzata un’illusione: dichiararsi liberi non coincide automaticamente con l’essere davvero liberi.

Il secondo dente ha mostrato chi ha accettato la guerra come unico linguaggio possibile per risolvere i conflitti. Qui il nodo si è fatto ancora più duro. Abbiamo assistito a una progressiva normalizzazione della guerra. Il conflitto armato è tornato a essere raccontato come grammatica inevitabile del mondo. E con esso è riemersa una dinamica antica: la demonizzazione del nemico. Quando il nemico smette di essere umano, tutto diventa più semplice: semplificare, odiare, tifare, giustificare. Il pettine della storia ha mostrato quanta parte delle nostre coscienze fosse pronta ad accettare questa riduzione binaria: bene contro male, noi contro loro, civiltà contro barbarie. Ogni volta che il volto dell’altro scompare, si incrina qualcosa anche dentro chi osserva.

Il terzo dente è forse il più doloroso: ha mostrato chi ha accettato il genocidio come un prezzo tollerabile. Qui il nodo diventa quasi insopportabile. Per ciò che accade. Per ciò che rivela. Quando la sofferenza di un popolo viene relativizzata, giustificata, resa collaterale o accettabile in nome di equilibri geopolitici, vendette storiche, appartenenze o paure, il pettine della storia attraversa direttamente la nostra coscienza morale. E ci costringe a chiederci fino a che punto siamo ancora capaci di restare umani mentre la violenza viene normalizzata.

Forse è per questo che oggi sentiamo così forte la disillusione. Perché la storia sta passando al vaglio ciascuno di noi. Le parole vengono messe alla prova dai fatti. Le dichiarazioni vengono misurate dalla coerenza. Le appartenenze dalla capacità di custodire ancora umanità. Dire da che parte si sta non basta più. Conta vedere se quella parte abita davvero il nostro modo di vivere, di scegliere, di tacere o di esporsi.

In questi giorni molti rileggono scrittori, intellettuali e riferimenti morali alla luce delle loro prese di posizione. Accade anche con Erri De Luca. I suoi primi libri mi sono sempre piaciuti: quella scrittura essenziale, asciutta, quasi aforistica, aveva dentro un “buon senso operaio” che nasceva dalla fatica, dalla sottrazione, dalla concretezza. Una parola scavata, capace di arrivare come una lama breve e precisa. Forse oggi il punto centrale riguarda proprio questo: la storia ci costringe a rileggere uomini, idee e parole alla luce della coerenza.

Ed è qui che mi torna alla mente Vasilij Grossman davanti alla Madonna Sistina di Raffaello. Dopo il Novecento, dopo i totalitarismi, la guerra, la Shoah e la devastazione morale della storia, Grossman vede in quella figura materna la forma più fragile e potente dell’umano.
Una madre che avanza con il bambino in braccio. Attraversa. Custodisce. Espone la vita al dolore della storia. Grossman comprende che la salvezza si trova in ciò che lui chiama la piccola bontà: un gesto umano, una pietà semplice, una fedeltà silenziosa all’altro.
E qui la Madonna Sistina sembra quasi il controcampo del pettine. Il pettine divide, smaschera, separa i nodi. Lei custodisce. Mentre la storia passa e mette a nudo le nostre contraddizioni, quella figura resta come una domanda: siamo ancora capaci di proteggere l’umano quando tutto intorno diventa propaganda, odio, appartenenza cieca e cinismo? Forse è qui che il nostro tempo si misura.

Nella qualità dell’umanità che riusciamo ancora a preservare.
Nella capacità di vedere il volto dell’altro.
Nella fedeltà a una coscienza che non si lascia addestrare all’indifferenza. Il pettine della storia continuerà a passare. Forse altri denti emergeranno. Altri nodi verranno alla luce.
E forse disertare, in questo tempo, significa sottrarsi a tutto ciò che ci rende meno umani.
Disertare la paura che chiede obbedienza cieca.
Disertare la guerra raccontata come destino.
Disertare la propaganda che cancella i volti.
Disertare l’odio riflesso. Disertare le identità che impediscono di riconoscere l’
altro.

Come quella Madonna di Raffaello che avanza nella storia con una fragile e irriducibile ostinazione a custodire la vita.
Buona diserzione.

DISERTARE: videoclip

21.05.2026

DISERTARE

Ecco il videoclip di "Disertare"
Ho scritto "Disertare", insieme alla supervisione artistica e tecnica di Francesco Kai Cielo, perché sentivo la necessità di dare voce a un disagio profondo che attraversa il nostro tempo. Non volevo semplicemente scrivere una canzone sulla guerra. Volevo provare a raccontare qualcosa di più ampio: la sensazione crescente di vivere dentro una realtà in cui la paura viene usata come linguaggio politico, in cui il conflitto si normalizza, in cui la militarizzazione del pensiero e delle relazioni entra lentamente nelle nostre vite fino a diventare quasi invisibile.

Per me Disertare nasce proprio da questa urgenza: reagire alla trappola dell’irreggimentazione, sottrarsi a una logica che ci abitua a cercare un nemico, a diffidare dell’altro, a pensare il mondo dentro categorie di scontro, controllo e sopraffazione.
Negli ultimi anni ho visto crescere una narrazione fatta di emergenze continue, di paure collettive, di linguaggi sempre più rigidi e polarizzati. Dall’emergenzialismo del 2020 fino alla progressiva normalizzazione della guerra come unica soluzione ai conflitti, mi è sembrato che qualcosa si stesse incrinando profondamente nel nostro modo di percepire l’umano.


Dentro questa riflessione c’è anche il dolore delle grandi tragedie contemporanee. Penso a tutte quelle realtà in cui la guerra non distrugge solo vite, ma cancella città, memorie, comunità e identità. In questo senso Disertare guarda anche a ciò che accade in Palestina, dove il genocidio e l’Urbicidio diventano ferite aperte della nostra coscienza collettiva: la devastazione dei luoghi civili, la distruzione di quartieri, ospedali, scuole, case e la sofferenza quotidiana di una popolazione costretta a vivere tra perdita, assedio e annientamento.
Nel brano ho scelto di inserire frammenti di dichiarazioni pubbliche e politiche, voci che appartengono alla cronaca e che hanno segnato il nostro presente. Non mi interessava usarle come semplice citazione, ma come elementi di un paesaggio sonoro e simbolico dentro cui ci muoviamo ogni giorno. Parole che spesso ci attraversano senza che ci fermiamo davvero a interrogarle.
A queste voci ho voluto contrapporre una sorta di antifona, quasi una preghiera civile:


Disertare questo tempo
non seguire le paure
navigare controvento
dare al mondo nuovo senso


Per me queste parole rappresentano un atto di resistenza interiore ed esteriore. Disertare, in questo caso, non significa fuggire. Significa scegliere di non aderire automaticamente a tutto ciò che ci viene imposto come inevitabile. Significa conservare uno spazio di coscienza, di dubbio, di umanità.
Ringrazio per la partecipazione il Coro Voci Bianche San Michele di Calvisano, diretto da Annalisa Raineri. Sentire quei bambini cantare quelle parole ha dato alla canzone una profondità che va oltre la musica. Le loro voci rappresentano per me innocenza, futuro, fragilità, ma anche responsabilità.

Quando un coro di bambini canta “Disertare questo tempo”, la domanda diventa inevitabile: quale tempo stiamo consegnando a chi verrà dopo di noi?
Anche il videoclip nasce da questa esigenza di interrogare lo sguardo.


Ringrazio Gian Luca Bianco per le sue riflessioni sul videoclip da cui estrapolo queste considerazioni che faccio mie: ho voluto mescolare immagini reali di guerra e immagini generate con l’Intelligenza Artificiale. Questa scelta non aveva un intento estetico o provocatorio fine a sé stesso. Mi interessava creare ambiguità, spingere chi guarda a perdere certezze, a chiedersi continuamente cosa sia reale e cosa no.

Oggi siamo immersi in un flusso infinito di immagini. Vediamo guerre, giovani ucraini costretti ad andare al fronte, macerie, corpi chiusi in sudari di bambini palestinesi, soldati israeliani indemoniati che godono della distruzione, ma spesso tutto questo rischia di diventare contenuto da consumare rapidamente. L’eccesso visivo può generare informazione, ma anche confusione, distanza emotiva e assuefazione.
Il videoclip prova a reagire a questa anestesia dello sguardo.


Per me il significato di Disertare si è ampliato strada facendo.
Disertare significa rifiutare la guerra, ma significa anche disertare il silenzio, la manipolazione, l’indifferenza, la passività collettiva. Significa sottrarsi a ogni logica che considera normale la distruzione dell’umano e delle città.
Non ho scritto questa canzone per offrire risposte definitive. L’ho scritta per porre domande. Per fermarmi e fermare chi ascolta.

Siamo ancora capaci di distinguere la realtà dalla sua rappresentazione?
Siamo ancora disposti a opporci alla normalizzazione della violenza?
Possiamo ancora scegliere di navigare controvento?
Se Disertare ha una speranza, è forse proprio questa: ricordarci che restare umani, oggi, può essere una forma di resistenza. E forse, in fondo, anche una forma necessaria di diserzione.


Michele Lobaccaro

GERUSALEMME: ASCOLTARE IL SACRO

21.02.2026

GERUSALEMME: ASCOLTARE IL SACRO
https://youtu.be/uAsBanZeBIY

In questi giorni in cui a Gerusalemme è impedito di entrare nei luoghi sacri, forse possiamo avvicinarci al sacro in un altro modo, più intimo e universale: attraverso l’ascolto. Vi propongo allora di affidarvi al più misterioso dei sensi, l’udito. Questo che condivido è il paesaggio sonoro di una passeggiata che ho fatto qualche anno fa nella città di Gerusalemme, attraversando la sua parte più antica. Un cammino che inizia da Jaffa Gate, prosegue verso il Santo Sepolcro, sfiora l’ingresso della Spianata delle Moschee e si conclude davanti al Muro Occidentale.

Un percorso breve, eppure densissimo. Non tanto per ciò che si vede, ma per ciò che si ascolta. Perché l’udito è, tra tutti i sensi, quello che più ci avvicina a una dimensione profonda, quasi mistica. A differenza della vista, che delimita, separa e mette a fuoco, l’ascolto ci avvolge, ci attraversa, ci rende parte di ciò che accade. Il suono arriva da ogni direzione, anche da ciò che non possiamo vedere. È invisibile, e proprio per questo sembra appartenere a un’altra dimensione. Attraversa muri, distanze, corpi. Ci raggiunge anche quando non lo cerchiamo. È una presenza continua, silenziosa e potente.

Ascoltare significa entrare in relazione. La musica, le voci, i rumori di una città come Gerusalemme – così stratificata, così carica di storia e di fede – non sono semplici suoni: sono tracce di vita, di preghiere, di lingue diverse, di invocazioni che si intrecciano. Sono memoria e presenza insieme.

L’udito ha un accesso diretto all’interiorità. Basta un suono, una melodia, una voce, per risvegliare emozioni profonde, ricordi lontani, sensazioni che non sapevamo più di avere. È un senso che non passa dal filtro della razionalità: arriva subito, tocca qualcosa di essenziale. E poi c’è un aspetto ancora più antico. L’udito non si spegne mai. È attivo anche nel sonno, come una sentinella. Ci tiene connessi al mondo, vigili, presenti. È uno dei nostri sensi più primitivi, radicato in una dimensione profonda dell’essere umano.

Buon cammino!!!

Michele Lobaccaro

LEZIONI DELLA SUMUD

06.10.2025

DALLA SUMUD DI GAZA PUÒ RINASCERE UNA COSCIENZA COMUNE?

Gli occhi di chi ha attraversato il triennio 2020–2023, sopportando vessazioni, isolamento, licenziamenti e discriminazioni per aver rifiutato un obbligo percepito come anticostituzionale e liberticida, guardano oggi la realtà con un profondo disincanto, frutto di una “sumud” che pochi riescono a comprendere davvero.

Chi ha pagato il prezzo di difendere la propria libertà di scelta sul corpo — il diritto di dire “no” in nome dell’habeas corpus — si porta dentro non solo la memoria di un trauma personale, ma anche la consapevolezza di aver assistito a un colossale esperimento sociale: un tempo in cui il consenso è stato costruito attraverso la paura e il senso di colpa.

Il cambio repentino delle narrazioni

Poi, all’improvviso, come un interruttore mediatico, la grande narrazione collettiva ha cambiato direzione. Dai bollettini quotidiani del contagio siamo passati ai bollettini di guerra. Dalle curve dei positivi ai fronti di battaglia. Dalle mascherine alle armi.

Nel giro di pochi mesi, lo spazio informativo — che fino a ieri era dominato dal linguaggio sanitario, dal “green pass”, dal “contagio” e dal “dovere civico di vaccinarsi” — è stato occupato da un altro linguaggio bellico: “invasione”, “resistenza”, “schierarsi”. Non più il virus come nemico invisibile, ma un nuovo nemico visibile e geopolitico, da condannare e contro cui armarsi.

Chi aveva imparato, durante la pandemia, a leggere le dinamiche di costruzione della paura e del consenso, ha riconosciuto lo stesso schema: il racconto binario (noi contro loro), il discredito verso chi dubita (“filorusso”, “negazionista”, “complottista”), e la richiesta di un nuovo atto di fede civile, questa volta non più biologico ma bellico. L’atto di obbedienza che un tempo passava attraverso la vaccinazione, oggi si misura nella disponibilità ad accettare la logica del riarmo, l’invio di armi “in nome della pace”, la militarizzazione dei bilanci pubblici e del linguaggio politico.

Dal Green Deal al riarmo: la metamorfosi delle priorità

Persino la “grande priorità planetaria” del Green Deal, che fino a ieri dominava ogni agenda politica, è scivolata sullo sfondo. Gli stessi governi e media che invocavano sacrifici energetici per salvare il pianeta oggi parlano di aumentare la produzione di gas, di carbone, di armi.

Le industrie belliche, non più considerate un residuo del passato, vengono esaltate come “motori dell’innovazione e della sicurezza europea”. Così la retorica ecologista, basata sull’emergenza climatica, ha lasciato il posto alla retorica della minaccia esterna, e l’ossessione per il contagio è stata sostituita dall’ossessione per il conflitto. Il comune denominatore è rimasto lo stesso: la paura come strumento di coesione, la disciplina come segno di virtù civica.

La crisi della rappresentanza e il silenzio del corpo elettorale

Parallelamente, la fiducia nelle istituzioni politiche è crollata.
Le ultime tornate elettorali in Europa e in Italia hanno registrato tassi di astensione senza precedenti: più della metà dei cittadini non vota più.

È il sintomo di una frattura profonda tra rappresentanti e rappresentati, tra chi governa e chi vive la realtà quotidiana. I partiti, sempre più simili fra loro, si contendono non visioni ma slogan; non ideali ma target elettorali. In questo vuoto di senso, l’unico collante rimasto è l’emergenza permanente: sanitaria, climatica, bellica, economica.
Un’umanità governata da shock successivi, sempre pronta a obbedire per “responsabilità”, sempre meno capace di interrogarsi e discutere.

Dal consenso biologico al consenso militare

Durante la pandemia, l’accettazione della vaccinazione non era solo un atto sanitario: era diventata un simbolo morale, un gesto di appartenenza. “Lo fai per gli altri”, “chi non lo fa è un pericolo”.

Oggi quella stessa dinamica simbolica si ripresenta sotto un’altra forma: “chi non sostiene il riarmo è un traditore”, “chi chiede il dialogo è un amico del nemico”. È la stessa grammatica morale del consenso, che sposta il baricentro dall’argomentazione alla fedeltà. Dalla salute al patriottismo, dalla scienza alla geopolitica, la logica è identica: aderire senza discutere, perché discutere è già sospetto.

La torsione autoritaria del discorso pubblico

In questa cornice, un fenomeno particolarmente preoccupante sta emergendo in diverse democrazie occidentali: la torsione autoritaria contro il dissenso antisionista e, più in generale, contro ogni forma di pensiero critico rispetto alla politica israeliana. In Germania, l’antisionismo viene sempre più spesso equiparato all’antisemitismo, cancellando ogni possibilità di distinguere tra la critica a uno Stato e l’odio verso un popolo.

Artisti, accademici e giornalisti che esprimono solidarietà al popolo palestinese vengono esclusi da festival, mostre e università, come se la difesa dei diritti umani potesse essere “fuori legge”.
In Inghilterra, analogamente, il clima politico e mediatico si è fatto ostile verso chi chiede un cessate il fuoco o denuncia le violazioni del diritto internazionale a Gaza: la libertà di espressione viene compressa in nome della “sicurezza” e della “lotta all’odio”, mentre le piazze pacifiste vengono sorvegliate e stigmatizzate.

È il segno di una fragilità profonda delle democrazie europee: quando la paura di pensare sostituisce il dibattito, la libertà non è più una certezza, ma un ricordo.

Il genocidio in diretta e la rinascita possibile di una coscienza collettiva

Oggi, il sentimento di indignazione per l’ultimo atto disumano dell’Occidente capitalistico — il genocidio del popolo palestinese, consumato in diretta streaming davanti agli occhi del mondo — rischiara di nuovo le coscienze assopite. È un dolore universale, che attraversa le differenze e riapre uno spazio umano comune: quello della compassione, della giustizia, della dignità negata.

Forse proprio questa ferita, così profonda e così evidente, può sciogliere le riserve accumulate negli ultimi cinque anni, restituendo un sentimento di solidarietà autentica tra persone che, pur divise dalle scelte del passato, ritrovano oggi un punto d’incontro nel rifiuto del disumano.

Ma resta una domanda cruciale: quanta di questa energia morale riuscirà a trovare una rappresentanza e una voce autentica? E quanta, invece, verrà ancora una volta assorbita, svuotata e strumentalizzata dalle solite logiche di potere bipolare, che da trent’anni costituiscono un tappo alla vita politica dell’Occidente, impedendo ogni reale rinnovamento?

Ritrovare fiducia non significa dimenticare. Significa riconoscere che una società matura ha bisogno di cittadini che dubitano, che fanno domande, che pretendono trasparenza. Non esiste democrazia senza dissenso, né verità senza confronto.

Chi ha imparato, in questi anni, a diffidare dei riflettori mediatici, può diventare il custode di un principio prezioso: che la libertà non è mai totale, ma sempre da difendere. E che ogni volta che la paura diventa linguaggio politico, il coraggio di pensare resta l’unica vera forma di resistenza.

QUALCOSA DI BELLO

22.09.2025

Oggi è una giornata importante per l’Italia.

Non credo che ci sia mai stata, negli ultimi decenni, una partecipazione così profonda ed estesa a uno sciopero. Non mi riferisco soltanto ai numeri, ma al fatto che le ragioni e le emozioni che hanno portato le persone in piazza sono state intensamente condivise dalla stragrande maggioranza della popolazione, anche da coloro che non erano fisicamente presenti nelle strade.

Addirittura in alcuni casi é successo che chi subiva il disagio provocato dalle manifestazioni ha applaudito i manifestanti.

In piazza non c’era soltanto la solidarietà al popolo palestinese, ma anche la scelta consapevole di sottrarsi al reclutamento nelle logiche di guerra. È stata la dimostrazione che in molti non cadono più nella propaganda che, dal 2020, ha iniziato a chiedere cieca sottomissione alle varie emergenze.

La sfida, ora, sarà quella di non cedere alla fascinazione e alle provocazioni della violenza di piazza – altrimenti vincono sempre loro, il solito copione dato in pasto per i media. Occorre invece continuare parallelamente un lavoro profondo: la liberazione delle coscienze dalle trappole della propaganda e dalle tecniche di dominio anche invisibili del potere. Forse questo è il primo movimento che si manifesta in Italia, su scala nazionale, dopo Genova 2001, quando la violenza dell’ordine neoliberista si impose brutalmente contro ogni critica dal basso.

Facciamo tesoro di quell’esperienza e del lungo lavoro interiore che, in questi venticinque anni, ha permesso a molti di riconoscere con chiarezza il volto violento e coercitivo delle oligarchie le quali si sono spinte fino al punto di compiere un genocidio in diretta, senza più alcun pudore.

Da oggi può nascere qualcosa di nuovo. Qualcosa di bello.

#scioperogenerale #blocchiamotutto #GazaGenocide

«DEFINISCI: BAMBINI»

18.09.2025

«Definisci: bambini». Così, con una frase apparentemente neutra, un amico di Israele e sostenitore della politica sionista sulla televisione italiana ha insinuato che i bambini palestinesi non siano “veri” bambini, ma potenziali terroristi, futuri nemici, vite sacrificabili. È un’affermazione che colpisce non tanto per la sua brutalità esplicita, quanto per la sottile violenza implicita che porta con sé: quella di disumanizzare.

Ogni società riconosce l’infanzia come una fase fragile e sacra della vita umana. Negare che i bambini palestinesi siano bambini significa negare un’evidenza biologica, psicologica e culturale universale. È il tentativo di incrinare una delle ultime parole che ancora uniscono l’umanità in un sentimento comune: la parola bambino, che evoca innocenza, vulnerabilità, diritto alla protezione.

Ma qui la parola viene piegata in senso opposto. Non più simbolo di cura, ma insinuazione di colpa. Non più innocenza, ma minaccia. Il risultato è duplice: neutralizzare l’empatia e giustificare la violenza. Così, l’uccisione o l’arresto di un minore non appaiono più come un crimine, ma come un atto di “difesa preventiva”. È la stessa logica che, nei contesti coloniali, ha negato l’umanità dei popoli oppressi: i nativi come “selvaggi”, gli africani come “sub-umani”.

Il sofisma della “definizione” funziona come uno stratagemma linguistico: finge un problema concettuale laddove non c’è, e apre un varco politico per legittimare l’inenarrabile. Ma non è solo un artificio retorico: è un attacco frontale ai diritti umani. La Convenzione ONU del 1989 riconosce a ogni minore diritti inalienabili, senza distinzione di etnia o religione. Negare l’infanzia a una parte dell’umanità significa negarla a tutti.

Così, la frase “definisci: bambini” diventa uno strumento di criminalizzazione preventiva. Un bambino palestinese non viene più percepito come vittima, ma come colpevole in potenza. La sua risata, i suoi giochi, la sua fragilità non contano: viene ridotto a “minaccia latente”. È un rovesciamento crudele che sposta la colpa dal carnefice alla vittima, e che alimenta una retorica di paura.

Questa strategia, oltre a essere eticamente inaccettabile, ha conseguenze devastanti. Sradica la dignità universale, mina le basi del diritto, corrompe il linguaggio morale comune. Se un bambino non è più riconosciuto come tale, allora nessuno lo è più per davvero. E una società che arriva a questo punto mostra di aver perso ogni bussola etica.

È proprio questo il segnale più inquietante: non si tratta solo di politica o di propaganda sionista del genocidio, ma di un crollo umano e morale. Nel momento in cui un bambino deve essere “definito” per essere riconosciuto come bambino, significa che l’umanità intera è entrata in un territorio oscuro.

BARCHE CONTRO IL GENOCIDIO: LA SFIDA FRAGILE DI GAZA

07.09.2025

L’iniziativa internazionale della Global Sumud Flottilla racchiude in sé, allo stesso tempo, elementi di straordinaria generosità e forza simbolica, ma anche zone incerte e limiti che lasciano aperti scenari imprevedibili.

Da un lato, la Flottilla rappresenta un gesto di coraggio civile e di resistenza nonviolenta: salpare con piccole barche per rompere l’assedio a Gaza significa esporsi a pericoli reali e concreti, ma anche affermare con chiarezza il diritto universale alla libertà di movimento e alla solidarietà internazionale. Il nome stesso, Sumud (“resilienza”, “perseveranza”), richiama quella forza silenziosa e ostinata che il popolo palestinese incarna da decenni. È dunque un’azione che commuove, che suscita rispetto, che appare come un atto puro di coscienza.

Dall’altro lato, però, emergono con evidenza i limiti. Per molti osservatori, la Flottilla è un gesto più simbolico che realmente efficace: un’iniziativa capace di attirare l’attenzione mediatica per qualche giorno, ma che rischia di esaurirsi nel racconto di un’avventura senza riuscire a incidere in profondità sulla realtà. Alcuni la leggono come una ripetizione rituale, che non riesce a scalfire i meccanismi politici e militari che sostengono l’assedio. Altri ancora vi scorgono la fragilità di un movimento internazionale generoso ma episodico, capace di mobilitarsi con coraggio, ma senza quella continuità organizzativa necessaria a costruire strategie incisive.

A questo si aggiunge un rischio più sottile: il carattere implicitamente "etnocentrico" dell’impresa. La narrazione della Flottilla tende spesso a ruotare attorno all’eroismo degli attivisti occidentali che sfidano il mare, come se la loro azione fosse la vera novità morale, mentre la quotidiana resistenza dei palestinesi, quel Sumud che dura da decenni, rimane sullo sfondo. Questo squilibrio rischia di trasformare un atto di solidarietà in una sorta di gesto salvifico che alimenta più l’immaginario politico occidentale – il bisogno di “fare qualcosa”, di sentirsi parte di una battaglia giusta – che la realtà concreta di Gaza. Questo, in qualche misura, rappresenta il lato donchisciottesco dell’impresa: generoso, commovente, ma segnato dall’ambiguità di chi proietta sul Mediterraneo il proprio desiderio di riscatto.

Da qui nasce il sentimento contraddittorio: tra l’ammirazione per il coraggio di pochi che sfidano l’assedio e la percezione che la sproporzione tra gesto e risultato lasci un retrogusto amaro. La Sumud Flottilla appare al tempo stesso speranza e limite, luce e fragilità: un atto che commuove proprio perché non è mai abbastanza, ma che continua a mantenere viva la memoria del dovere di resistere.

Eppure, alcuni dati ci mostrano la rilevanza dell’iniziativa:

  1. Se anche solo una barca riuscisse a raggiungere la spiaggia di Gaza, significherebbe che l’assedio israeliano non è impenetrabile: o perché l’esercito non è riuscito a fermarla, o perché ha scelto di lasciarla passare. In entrambi i casi, il gesto potrebbe incoraggiare nuove azioni nonviolente di massa.
  2. È probabile che, proprio per questo, l’IDF faccia di tutto per bloccare la Flottilla. Ma ciò comporterebbe rischi gravissimi: affondare imbarcazioni civili, arrestare manifestanti, o addirittura, come nel 2010, ucciderli sotto gli occhi del mondo. Certo, Israele potrebbe ricorrere alla giustificazione dell’“incidente tecnico”. Tuttavia, vista la forte copertura mediatica, le conseguenze danneggerebbero ulteriormente la sua immagine internazionale, già ridotta giustamente ai minimi termini.

La Flottilla, dunque, possiede un indubbio pregio: quello di mettere potenzialmente in difficoltà il governo israeliano sul piano della rappresentazione pubblica. Ma può bastare? Evidentemente no. Le condizioni della popolazione di Gaza sono talmente disumane, e la violenza dell’occupazione talmente pervicace e cieca, che ogni azione che non si configuri come una reale forza capace di fermare il sopruso e l'ingiustizia appare impotente.

In questo scenario, va ricordata un’altra forma di aiuto, complementare e non alternativa alla Flottilla: l’iniziativa "Apocalisse Gaza" di Michelangelo Severgnini, che attraverso una campagna di raccolta fondi ha già raccolto oltre 70.000 euro da destinare direttamente agli abitanti di Gaza. Il denaro, inviato in forma immediata e diretta, serve a permettere alle famiglie di acquistare cibo e beni essenziali al mercato nero, unico canale possibile in una condizione di assedio totale. Si tratta di un gesto meno spettacolare, lontano dalla potenza simbolica delle barche che sfidano il mare, ma capace di incidere in modo tangibile sulla sopravvivenza quotidiana delle persone.

Due azioni diverse, ma che unite raccontano la necessità di coniugare simbolo e immediatezza: il coraggio del gesto pubblico e la silenziosa efficacia dell’aiuto diretto.

Così, l’impresa della Flottilia assume in sé una duplice fisionomia: da un lato, azione nonviolenta che, grazie agli appoggi internazionali e alle aspettative sollevate, potrebbe smuovere l’ignavia e la complicità criminale dei governi; dall’altro, gesto nobile nelle intenzioni ma insufficiente nella sostanza.

Resta, tuttavia, un fatto importante che da speranza: 40.000 persone radunate a Genova, a tante altre in altri porti del mediterraneo,  per salutare la partenza dei partecipanti alla Flottilla. Un numero che racconta come su questo gesto siano state riversate speranze, rabbia, senso di colpa e desiderio di riscatto che attraversano i popoli, sempre più distanti dall’ipocrisia delle proprie classi dirigenti.

Azzardo infine tre scenari possibili:

a) Un successo, anche parziale, che porti simbolicamente aiuti sulla spiaggia di Gaza, alleviando il senso di impotenza e dando energia a nuove iniziative.

b) Un fallimento con intervento violento dell’esercito israeliano, che metterebbe ulteriormente in imbarazzo le cancellerie occidentali davanti alle loro opinioni pubbliche.

c) L’arresto degli attivisti che formano gli equipaggi e la loro traduzione nelle carceri israeliane già ricolme di palestinesi di ogni età, cosa che potrebbe innescare ulteriori movimenti di protesta nella società civile mondiale volti a rivendicare la loro liberazione. Penso ad esempio al blocco del porto di Genova minacciato dai camalli nel caso in cui la Flottilla venisse bloccata da Israele.

In tutti i casi, la Flottilla resta sospesa tra luce e ombra, generosità, coraggio, e impotenza. Ma proprio questa tensione ne fa, a mio avviso, uno dei gesti più densi e commoventi del nostro tempo.
Buon Vento!

ML

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