0
0,00  0 prodotti

Nessun prodotto nel carrello.

LEZIONI DELLA SUMUD

06.10.2025

DALLA SUMUD DI GAZA PUÒ RINASCERE UNA COSCIENZA COMUNE?

Gli occhi di chi ha attraversato il triennio 2020–2023, sopportando vessazioni, isolamento, licenziamenti e discriminazioni per aver rifiutato un obbligo percepito come anticostituzionale e liberticida, guardano oggi la realtà con un profondo disincanto, frutto di una “sumud” che pochi riescono a comprendere davvero.

Chi ha pagato il prezzo di difendere la propria libertà di scelta sul corpo — il diritto di dire “no” in nome dell’habeas corpus — si porta dentro non solo la memoria di un trauma personale, ma anche la consapevolezza di aver assistito a un colossale esperimento sociale: un tempo in cui il consenso è stato costruito attraverso la paura e il senso di colpa.

Il cambio repentino delle narrazioni

Poi, all’improvviso, come un interruttore mediatico, la grande narrazione collettiva ha cambiato direzione. Dai bollettini quotidiani del contagio siamo passati ai bollettini di guerra. Dalle curve dei positivi ai fronti di battaglia. Dalle mascherine alle armi.

Nel giro di pochi mesi, lo spazio informativo — che fino a ieri era dominato dal linguaggio sanitario, dal “green pass”, dal “contagio” e dal “dovere civico di vaccinarsi” — è stato occupato da un altro linguaggio bellico: “invasione”, “resistenza”, “schierarsi”. Non più il virus come nemico invisibile, ma un nuovo nemico visibile e geopolitico, da condannare e contro cui armarsi.

Chi aveva imparato, durante la pandemia, a leggere le dinamiche di costruzione della paura e del consenso, ha riconosciuto lo stesso schema: il racconto binario (noi contro loro), il discredito verso chi dubita (“filorusso”, “negazionista”, “complottista”), e la richiesta di un nuovo atto di fede civile, questa volta non più biologico ma bellico. L’atto di obbedienza che un tempo passava attraverso la vaccinazione, oggi si misura nella disponibilità ad accettare la logica del riarmo, l’invio di armi “in nome della pace”, la militarizzazione dei bilanci pubblici e del linguaggio politico.

Dal Green Deal al riarmo: la metamorfosi delle priorità

Persino la “grande priorità planetaria” del Green Deal, che fino a ieri dominava ogni agenda politica, è scivolata sullo sfondo. Gli stessi governi e media che invocavano sacrifici energetici per salvare il pianeta oggi parlano di aumentare la produzione di gas, di carbone, di armi.

Le industrie belliche, non più considerate un residuo del passato, vengono esaltate come “motori dell’innovazione e della sicurezza europea”. Così la retorica ecologista, basata sull’emergenza climatica, ha lasciato il posto alla retorica della minaccia esterna, e l’ossessione per il contagio è stata sostituita dall’ossessione per il conflitto. Il comune denominatore è rimasto lo stesso: la paura come strumento di coesione, la disciplina come segno di virtù civica.

La crisi della rappresentanza e il silenzio del corpo elettorale

Parallelamente, la fiducia nelle istituzioni politiche è crollata.
Le ultime tornate elettorali in Europa e in Italia hanno registrato tassi di astensione senza precedenti: più della metà dei cittadini non vota più.

È il sintomo di una frattura profonda tra rappresentanti e rappresentati, tra chi governa e chi vive la realtà quotidiana. I partiti, sempre più simili fra loro, si contendono non visioni ma slogan; non ideali ma target elettorali. In questo vuoto di senso, l’unico collante rimasto è l’emergenza permanente: sanitaria, climatica, bellica, economica.
Un’umanità governata da shock successivi, sempre pronta a obbedire per “responsabilità”, sempre meno capace di interrogarsi e discutere.

Dal consenso biologico al consenso militare

Durante la pandemia, l’accettazione della vaccinazione non era solo un atto sanitario: era diventata un simbolo morale, un gesto di appartenenza. “Lo fai per gli altri”, “chi non lo fa è un pericolo”.

Oggi quella stessa dinamica simbolica si ripresenta sotto un’altra forma: “chi non sostiene il riarmo è un traditore”, “chi chiede il dialogo è un amico del nemico”. È la stessa grammatica morale del consenso, che sposta il baricentro dall’argomentazione alla fedeltà. Dalla salute al patriottismo, dalla scienza alla geopolitica, la logica è identica: aderire senza discutere, perché discutere è già sospetto.

La torsione autoritaria del discorso pubblico

In questa cornice, un fenomeno particolarmente preoccupante sta emergendo in diverse democrazie occidentali: la torsione autoritaria contro il dissenso antisionista e, più in generale, contro ogni forma di pensiero critico rispetto alla politica israeliana. In Germania, l’antisionismo viene sempre più spesso equiparato all’antisemitismo, cancellando ogni possibilità di distinguere tra la critica a uno Stato e l’odio verso un popolo.

Artisti, accademici e giornalisti che esprimono solidarietà al popolo palestinese vengono esclusi da festival, mostre e università, come se la difesa dei diritti umani potesse essere “fuori legge”.
In Inghilterra, analogamente, il clima politico e mediatico si è fatto ostile verso chi chiede un cessate il fuoco o denuncia le violazioni del diritto internazionale a Gaza: la libertà di espressione viene compressa in nome della “sicurezza” e della “lotta all’odio”, mentre le piazze pacifiste vengono sorvegliate e stigmatizzate.

È il segno di una fragilità profonda delle democrazie europee: quando la paura di pensare sostituisce il dibattito, la libertà non è più una certezza, ma un ricordo.

Il genocidio in diretta e la rinascita possibile di una coscienza collettiva

Oggi, il sentimento di indignazione per l’ultimo atto disumano dell’Occidente capitalistico — il genocidio del popolo palestinese, consumato in diretta streaming davanti agli occhi del mondo — rischiara di nuovo le coscienze assopite. È un dolore universale, che attraversa le differenze e riapre uno spazio umano comune: quello della compassione, della giustizia, della dignità negata.

Forse proprio questa ferita, così profonda e così evidente, può sciogliere le riserve accumulate negli ultimi cinque anni, restituendo un sentimento di solidarietà autentica tra persone che, pur divise dalle scelte del passato, ritrovano oggi un punto d’incontro nel rifiuto del disumano.

Ma resta una domanda cruciale: quanta di questa energia morale riuscirà a trovare una rappresentanza e una voce autentica? E quanta, invece, verrà ancora una volta assorbita, svuotata e strumentalizzata dalle solite logiche di potere bipolare, che da trent’anni costituiscono un tappo alla vita politica dell’Occidente, impedendo ogni reale rinnovamento?

Ritrovare fiducia non significa dimenticare. Significa riconoscere che una società matura ha bisogno di cittadini che dubitano, che fanno domande, che pretendono trasparenza. Non esiste democrazia senza dissenso, né verità senza confronto.

Chi ha imparato, in questi anni, a diffidare dei riflettori mediatici, può diventare il custode di un principio prezioso: che la libertà non è mai totale, ma sempre da difendere. E che ogni volta che la paura diventa linguaggio politico, il coraggio di pensare resta l’unica vera forma di resistenza.

Ultime news

27.04.2024
Ensemble Viator
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram