Indice
Recensione "Navigazioni intorno al Monte Analogo”
Ritorno al Sacro nell’album di Lobaccaro ispirato al “Monte Analogo”
Navigazioni intorno al Monte Analogo: recensione su Opera Incerta
Cerco nella musica la dimensione del sacro
Le tracce di Lobaccaro sul Monte Analogo
Skanderband. New Arbëreshë Albanian Music
Tra la Skanderband e i Radiodervish
Recensione “Navigazioni intorno al Monte Analogo”
Primo album da solista del fondatore dei Radiodervish
Articolo di Luca Cremonesi - Rocknation.it del 18/04/2024
“Il Monte Analogo”, romanzo di René Daumal (Adelphi), ha ispirato diversi lavori musicali. Due editi nel giro di pochi mesi, e cioè “K3” dei Karma nel 2023, e “Navigazioni intorno al Monte Analogo” di Michele Lobaccaro, fondatore dei Radiodervish, che ha pubblicato il suo primo album da solista il 24 gennaio del 2024 per Cosmasola. Un lavoro intimo, che richiede un ascolto attento e completo, come ha spiegato lo stesso Lobaccaro nella nostra intervista. Si tratta di un concept, ma anche di una suite, composta da nove canzoni, che si possono dividere in tre parti. La prima triade è di fatto l’apertura del viaggio; la parte centrale, l’avventura che porta alla ricerca del Monte Analogo; mentre l’ultima triade è una prospettiva su questa ricerca.
Il libro, pubblicato nel 1952, è un romanzo rimasto incompiuto. Di fatto narra la ricerca di una possibilità. La vetta inviolata, l’unica fra tutte quelle che sono già state scalate, deve esistere, perché immagine e speranza di ciò che ancora non è stato scoperto e vissuto. Un orizzonte di senso grazie al quale l’umanità può vivere libera da schemi, gabbie e prigioni.
La prima triade, che si apre con “Succederà”, canzone che ricorda sia “La cura” di Battiato, sia “Cyrano” di Guccini, solo nei primi accordi, per poi farci immergere subito nel tema della necessità di mettersi in viaggio. Il presente, e cioè il nostro mondo, ci condanna ad una forzata programmazione e previsione di quello che ci circonda. Tutto deve essere ben definito; nulla deve essere lasciato al caso. E se dovesse succedere, come fu nel 476 D.C., che le cose all’improvviso non vadano come devono andare? Da catastrofe storica, avremmo a che fare anche con una catastrofe culturale, e di senso. Così non resta che guardarsi attorno, partendo dalla consapevolezza che anche noi, un giorno, saremo “Le cose passate”, come canta Lobaccaro nella seconda traccia, fra le più belle di questo lavoro.
Qui, come in altri brani, il legame con Battiato è forte, ma c’è anche una strada propria che Lobaccaro percorre senza alcuna ansia da prestazione, mettendo in gioco se stesso, sia come musicista che come cantante. E proprio il canto, inteso come preghiera, è la chiave di “Sogol”, canzone che vede la partecipazione, alla seconda voce, di Nabil Salameh, cantante dei Radiodervish, la band che Lobaccaro a contribuito a far nascere. Una canzone che ci riporta proprio a quel repertorio, fra i più interessanti della musica italiana degli ultimi 20 anni. Un testo che richiama la sintesi tipica di Giovanni Lindo Ferretti. Non solo, è una canzone costruita come un mantra, con una sua ripetitività interna che ha il compito di creare la differenza. Operazione voluta, come ha spiegato lo stesso Lobaccaro.
La parte centrale del disco è dedicata al viaggio. Il suono si fa meno impegnativo, e più ritmato. “Canto degli alpinisti sfortunati” è una bella ballata, quasi danza etnica, con un bel ritornello che potrebbe essere preso pari pari dalla musica tradizionale e popolare. “Le leggi del cuore” è una classica canzone a trazione quasi pop, con la struttura dei brani che vanno per la maggiore. Se fossimo al di fuori di un lavoro nato per essere ascoltato dall’inizio alla fine, questo brano sarebbe il singolo del disco. “Nel porto delle scimmie” ha un inizio quasi da composizione classica, con suoni rinascimentali. Anche la parte di pianoforte, tema che sorregge tutto il brano, è chiaramente un rimando alla musica colta.
Il viaggio si chiude con tre pezzi che sono letteralmente uno più bello dell’altro. Un crescendo davvero ben costruito. “Sfera e tetraedro” è il capolavoro di questo album. Canzone ricca di contenuto, con una costruzione che spazia da un’introduzione contenuta al pianoforte, all’estensione del ritornello, dove suono e voce si allargano per dare spazio ad un’apertura che può essere riempita anche da un’orchestra. “Uomini cavi” è l’omaggio più chiaro e cristallino alla musica di Battiato, con una costruzione che rimanda agli ultimi lavori del grande autore siciliano. Il finale, dove Lobaccaro non esce a riveder le stelle, ma ci chiede di proseguire il viaggio con nuove stelle all’orizzonte, è affidato alla voce di Juri Camisasca, personaggio iconico della musica italiana. Vivere il presente, consapevoli di quello che si è, uscendo da una logica meramente commerciale di idee, persone e azioni; sono il monito con il quale questo lavoro ci mette sulla strada della ricerca che, come da tradizione, è l’unica possibilità vera che ci resta, in un mondo ormai tutto prevedibile e codificato, anche in modo digitale.
Un’opera, quella di Lobaccaro, che richiama mondi sonori con i quali l’autore ha lavorato in passato e nel presente, ma che ha saputo codificare in un disco che ha una sua anima, una sua potenza intrinseca; capace di emergere, però, solo se ci si mette all’ascolto. Non è un lavoro per tutti e tutte. O meglio, è un’opera per chi ha voglia ancora, in un mondo liquido, di ascoltare in modo diverso. Di trovare qualcosa di nuovo, nel mare delle possibilità musicali che ormai sembrano già tutte percorse.
Insomma, serve mettersi in ascolto. Di se stessi, e della musica.
Track list “Navigazioni intorno al Monte Analogo”
- Succederà
- Le cose passate
- Sogol
- Canto degli alpinisti sfortunati
- Le leggi del cuore
- Nel porto delle scimmie
- Sfera e tetraedro
- Uomini cavi
- I giorni che verranno
Ritorno al Sacro nell’album di Lobaccaro ispirato al “Monte Analogo”
Articolo di Alberto Samonà - Il Giornale OFF del 02/02/2024
Un disco colto, elegante, raffinato, nel quale fin dal primo ascolto ci si accorge che qui non vi è traccia delle regole imposte dall’industria discografica, ma le leggi a cui risponde questo lavoro sono, semmai, quelle eterne del cosmo, visibili e invisibili. Sì, perché “Navigazioni intorno al Monte Analogo”, album di Michele Lobaccaro, storico componente dei Radiodervish, è un invito a un viaggio profondo al centro di se stessi, alla ricerca di un’isola sormontata da una grande montagna da scalare, solo apparentemente invisibile, ma assolutamente reale e accessibile per quei cuori puri che la cercano: là, dove “il pianeta si unisce al mare”. È una porta che si può aprire, ma soltanto per coloro che davvero vogliono oltrepassare la soglia ed entrare nell’universo che vi è oltre: “La vita è più vita se noi siamo qui. – canta Lobaccaro – Sull’asse del mondo la soglia svanì”.
Ed ecco che, così come i viaggiatori raccontati nel romanzo “Il Monte Analogo” di René Daumal, a cui il disco si ispira in modo diretto, si parte attraverso sonorità ricercate e parole simboliche, con le quali Lobaccaro traccia la rotta di questa ricerca verso una realtà che trascenda l’illusoria dimensione in cui il mondo sta sprofondando. Sbaglierebbe, tuttavia, chi crede che un simile viaggio possa avere una conclusione scontata. Il libro di Daumal termina alle pendici della montagna che il gruppo di temerari ricercatori raccontati nelle sue pagine aveva iniziato a salire, dopo un viaggio in mare a bordo del battello chiamato Impossibile: l’autore morì, infatti, prima di riuscire a completarlo. Eppure, da alcuni appunti resi noti postumi si conosce il titolo di quello che sarebbe dovuto essere l’ultimo capitolo: “E voi che cosa cercate?” Una domanda, non certo una risposta, né un dogma o una certezza. Una domanda che, però, risulta ancora una volta come un invito a non cedere all’evidenza di un mondo in disfacimento, di un’umanità in disfacimento e perennemente addormentata e inconsapevole: l’invito è quello di esserci. Di essere. Nel romanzo come nell’album.
Alla frenesia contemporanea, nel disco si contrappone il silenzio che traspira da ogni nota, che è anche e soprattutto un ritorno al Sacro, ad una dimensione più normale, nel quale il piano orizzontale della materia è costantemente e invisibilmente attraversato da quello verticale dello spirito: “È la montagna simbolica che unisce il Cielo alla Terra; via che deve materialmente, umanamente esistere, perché se no, la nostra situazione sarebbe senza speranza”. Così scriveva René Daumal in una lettera del 1940 e così canta Lobaccaro: “Nel delirio capitalista io cerco strade che non conoscono lamenti”.
È ancora una volta la domanda a farsi rito e ritmo musicale e vocale, come la recita di un mantra, di un rosario. Come una preghiera che parte dal cuore e arriva al cuore: una pratica antichissima e vivente, soprattutto nella Cristianità Ortodossa e in Oriente, dallo Zikr dei Sufi all’Om (Aum) dell’Induismo, con cui si manifesta “nel nostro piano” Vac, la Parola originaria, il Verbo, il Suono che non ha tempo e luogo, ma che si può ricercare in ogni luogo e in ogni tempo: “Questa parola eterna è tutto: ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà” (Mundaka Upaniṣad). Una domanda interiore, dunque, ma che a ben guardare è del tutto diversa dal dubbio, dal mero relativismo o dall’esistenzialismo, poiché comporta una scelta, che nell’album è richiesta espressamente: “Dimmi dove sei, dimmi cosa vuoi”.
Nei nove brani, si scorge l’influenza di Franco Battiato, scopritore dei Radiodervish e con il quale Michele Lobaccaro ha collaborato. E non mancano alcuni ospiti illustri che arricchiscono ulteriormente questo lavoro discografico: nel brano intitolato Sogol (ispirato al nome del capo spedizione narrato nel libro di Daumal), la voce è quella del cantante palestinese Nabil Salameh, anch’egli dei Radiodervish, che in arabo canta i nomi di diversi mistici e filosofi islamici e i titoli di antichi testi. Sogol è l’opposto di Logos, poiché in un simile cammino tutto è rimesso in discussione. Soprattutto quelle che si suppone siano le certezze del pensiero razionale. Così come indicava Georges Ivanovitch Gurdjieff, al cui insegnamento René Daumal venne introdotto grazie ad Alexandre de Salzmann, artista poliedrico di origine georgiana. Il suono di alcuni strumenti è affidato al siciliano Giancarlo Parisi, mentre nel brano “I giorni che verranno”, Juri Camisasca canta “nuovi capitani disegnati su mappe che il mare non finisce e solo il cuore conosce”: capitani di una rotta che non si sa esattamente dove porti e cosa riservi, ma che è necessario tracciare, per scoprire l’universo che poco a poco si dischiude in noi e fuori di noi mediante un costante lavoro su se stessi. Non da soli, ma insieme ai propri compagni di viaggio. E riconoscendo l’ineluttabilità delle leggi dell’Universo, così come delle leggi del Monte Analogo, una delle quali viene spiegata dallo stesso René Daumal: “Per raggiungere la cima bisogna andare di rifugio in rifugio. Ma prima di lasciare un rifugio si ha il dovere di preparare gli esseri che devono venire a occuparvi il posto che si lascia. E solo dopo averli preparati si può salire più in alto. Per questo, prima di lanciarci verso un nuovo rifugio abbiamo dovuto ridiscendere per trasmettere le nostre prime conoscenze ad altri ricercatori”.
In definitiva, il sublime lavoro discografico di Michele Lobaccaro, uscito alla vigilia della baraonda di Sanremo, è una pietra lanciata non in uno stagno ma in un oceano, con nove perle che probabilmente (e fortunatamente) non potranno mai paragonarsi ai tormentoni dell’Ariston, ma che di certo saranno apprezzate da chi nella musica ricerca ancora sonorità interessanti e testi in grado di parlare all’anima, a quel centro di noi stessi, che ogni tanto dovremmo ricordarci di ascoltare.
Navigazioni intorno al Monte Analogo: recensione su Opera Incerta
Articolo di Antonio La Monica - Opera Incerta del 14/02/2024
Se c'è una sorte per questo romanzo incompiuto di Rene Daumal, questa è senza dubbio una sorte benevola. "Il monte analogo", infatti, è un'opera misteriosa che nella sua incompiutezza ha piantato semi di ispirazione e di ricerca spirituale che danno ancora oggi buoni frutti.
Per chi non lo avesse letto, Daumal racconta del pellegrinaggio di un gruppo di alpinisti spinti dal desiderio di scoprire quale sia la vetta più alta del mondo. Il viaggio segue traiettorie non convenzionali e, non a caso, una parte del viaggio avviene a bordo di una barca chiamata "l'Impossibile". A questo punto del racconto, gli esploratori approdano nell'isola del Monte Analogo dove incontrano una popolazione in cui sembrano confluire usi, tradizioni, persone provenienti da tutto il mondo e da tutti i tempi del mondo. Ognuno desideroso di scalare la vetta.
Il racconto di Daumal, però, si interrompe nel momento in cui il gruppo di scalatori sta quasi arrivando al campo base. Lo "stop" del romanzo, dovuto alla morte dell'autore, lascia in sospeso il lettore, ma soprattutto lascia in sospeso i protagonisti della spedizione. Protagonisti che, dunque, dovranno attendere altri uomini che, in altre forme daranno seguito al cammino spirituale.
Ecco allora che da questo libro, in Italia edito da Adelphi, è stato tratto un poema sinfonico del compositore argentino Javier Giménez Noble, ne è derivata una forte ispirazione per il film "La montagna sacra" di Alejandro Jodorowsky. Nell'arte figurativa, inoltre, ha dato spunto a vari pittori del XX secolo.
Tornando al mondo sonoro, Michele Lobaccaro, musicista fondatore dei Radiodervish, filosofo, si dimostra senza dubbio tra i migliori avventurieri non euclidei che sarebbero assai cari a Daumal.
Nello spirito e nelle intenzioni il suo ultimo cd "Navigazioni intorno al Monte Analogo" è una tappa di questo cammino spirituale dove fine ed inizio si intrecciano continuamente.
Di certo possiamo dire che ci troviamo dinanzi ad un progetto musicale di alto livello. Un lavoro che offre speranza e sollievo a chi a cuore la possibilità che un lavoro di musica leggera possa ancora custodire inesausti tesori.
Cominciamo col dire che di questo CD esiste un supporto fisico che è assai consigliato avere. Intanto per gustarne la grafica e i testi, ma soprattutto per ascoltare con cura le 9 tracce che vi sono impresse.
L'idea di questo lavoro, ha spiegato l'autore, affonda le sue radici nel tempo ed è frutto di una ricerca sincera che coinvolge vari musicisti con i quali Lobaccaro collabora da molto tempo.
La voce di Michele è misurata nella narrazione, nel dolce incedere della melodia. Il testo è un piccolo scrigno di gioielli sui quali riflettere e riflettersi. "Per la farfalla il bozzolo diventa inospitale". "Succederà che riempiremo i giorni con ciò che non sappiamo".
Tra le righe anche una dura accusa al delirio capitalista che ha tolto il sacro da ogni gesto della vita. Il tessuto sonoro è prevalentemente acustico, pianoforte e fiati ad introdurre il canto. La ritmica accompagna con eleganza un brano che sarebbe piaciuto tanto a Franco Battiato.
"Le cose passate" rimanda a ricordi, cortili, estati di un tempo dettato dal susseguirsi di notti e di giorni. Ma questa stessa nostalgia non è forse essa stessa un evento presente? Una ballata che conferma il clima disteso, la felice ispirazione che ha accompagnato l'autore, convincente come non mai nel suo canto.
"Sogel" è un personaggio chiave del romanzo di Daumal, professore di aplinismo che vive in un luogo misterioso ricco di libri e oggetti che lo sono altrettanto.
Il risultato sonoro è un brano eccezionale. Un recitar cantato da Michele in coppia con il suo sodale Nabil Salameh che salmodia in arabo un elenco di opere di autori, filosofi e mistici, dell’epoca d’oro dell’Islam. A questi si aggiungono: "La pianta della grande piramide"... "frasi musicali", "Statistiche economiche e demografiche". La stanza di Sogol, il suo sapere è dunque un possibile ponte tra oriente e occidente.
Questo è senza dubbio il brano più sperimentale del cd: sussurri, tappeti sonori, cori e tutto quello che serve per aver bisogno di tornare presto, al più presto, nella casa di Sogol. Per gli amanti dei Radiodervish è possibile trovare una simile vetta nel brano "Cento mondi", chiusura di "In search of Simurgh".
Stacco netto per il "Canto degli alpinisti sfortunati", dal tono scherzoso e popolare, nonostante qui si descriva per metafora la cruda difficoltà cui va incontro il cammino ascetico.
"Le leggi del cuore" non a caso è posta al centro del lavoro. Per chi scrive, il disco stesso è proprio frutto di un dettato che viene dal cuore. "Le leggi del cuore mi dicono che sognare l'assurdo è degno di un Re". E solo un "pazzo" può pensare di produrre un lavoro di così alta qualità, fuori dal tempo, totalmente decontestualizzato dal panorama più in voga nelle classifiche di Spotify.
"Ma pazzi son quelli che restano qui nel solco a girare e il giorno finì". Brano di grande spessore dove il pianoforte e gli archi guidano il canto verso un viaggio che non può che essere dentro di sé.
Dopo l'intermezzo strumentale di "Nel porto delle scimmie" si apre il misterioso percorso che note e parole indovinano in "Sfera e tetraedo". Un invito a ritornare in sé evitando gli inutili sforzi e le dannose vanità dettate da "la terra del di fuori". La musica ha una evidente speziatura orientale che esalta il senso non duale del testo.
Nel romanzo gli "Uomini cavi" sono protagonisti di una parabola che li vede abitare nella pietra dove circolano come caverne vaganti. "Nel ghiaccio passeggiano come bolle dalla forma d’uomo. Ma non si avventurano nell’aria, perché il vento li porterebbe via". Nella navigazione di Michele Lobaccaro quella degli uomini cavi appare come una immagine da guardare con tenerezza. Una idea di solitudine buona e di dolce silenzio.
In chiusura "I giorni che verranno" sembra accompagnare nuovamente all'inizio del racconto e in ciò che "Succederà". La voce mistica e profonda di Juri Camisasca appare come una lanterna che schiarisce ogni cosa. Una consolazione per il viandante lungo le vie del cuore. "penso alle navi e ai giorni che verranno, luci stranieri e nuovi capitani, disegnati su mappe che il mare non finisce e solo il cuore conosce".
Un brano stupendo che parla ad ogni alpinista che viaggia su rotte ancore non scritte... proprio come le pagine conclusive de "Il monte analogo" che in queste navigazioni sonore di Michele Lobaccaro trovano un bellissimo possibile approdo.
Cerco nella musica la dimensione del sacro
Articolo di Francesco Mazzotta Corriere del Mezzogiorno del 25/01/2024
Esce l’album «Navigazioni intorno al Monte Analogo» di Michele Lobaccaro (Radiodervish)
«Non si è ancora esaurito il bisogno del sacro», dice Michele Lobaccaro, fondatore con Nabil dei Radiodervish e da domani in uscita con un disco solista controcorrente, come può esserlo un inno alla spiritualità lontano da qualsiasi ortodossia. S’intitola Navigazioni intorno al Monte Analogo (edizioni Cosmasola) ed è ispirato al romanzo incompiuto Il Monte Analogo di René Daumal, che s’avvicinò al mistico Gurdjieff attraverso il pittore alpinista Alexandre Gustav von de Salzmann, il Pierre Sogol (con quel cognome che è un ribaltamento del Logos, del Pensiero) eletto dallo scrittore a capo dell’avventurosa spedizione del libro: un’ascesa verso il monte simbolico che unisce cielo e terra, capovolgendo l’Impossibile.
La scalata di Lobaccaro è in nove tracce, due delle quali compiute con altrettanti compagni di cordata: Nabil, che canta in arabo proprio in Sogol , e Juri Camisasca, che qui è ospite nel brano di chiusura I giorni che verranno e nel 1979 prestò la voce al brano Amon Ra per l’album sperimentale Prati bagnati del Monte Analogo , sempre tratto da Daumal e realizzato da Raul Lovisoni e Francesco Messina sotto l’egida di Franco Battiato, al contempo ispiratore di questo progetto.
«Fu lui a farmi scoprire il libro di Daumal, attraverso il quale ho cercato un mio centro di gravità permanente diventato un album del quale vado molto orgoglioso», racconta Lobaccaro. Quindici anni fa ha iniziato a lavorare al disco con l’idea di trasformarlo in un «atto liberatorio dal realismo capitalista di una società asfittica schiacciata dal neoliberismo e dalla digitalizzazione». E con una personale trasfigurazione del significato originario, la scalata non euclidea dell’Analogo è diventata recupero dell’Analogico. «Dobbiamo rifiutare la riduzione a numero dell’essere umano, sempre più minacciato dall’Intelligenza artificiale», dice il musicista barese, da qualche anno residente (per ragioni di cuore) a Calvisano, nella Bassa Bresciana.
L’approccio fuori dalle mode di Navigazioni intorno al Monte Analogo , nel quale figura ai fiati Giancarlo Parisi, è lo stesso che anima il percorso musicale dei Radiodervish dentro le musiche del mondo. «Ma la ricerca delle differenze nel nostro approccio all’interculturalità - spiega Lobaccaro - ci ha sempre fatto percepire come un corpo estraneo nel panorama della world music globalista». Un equivalente del conformismo responsabile delle «false sicurezze e delle categorie consolidate di interpretazione del mondo» da cui affrancarsi, magari ricorrendo alla meditazione: uno «spazio di domanda - la definisce Lobaccaro - per ritrovare se stessi».
Tra la Skanderband e i Radiodervish. Intervista con Michele Lobaccaro
Alla fine del Quattrocento, in seguito alla morte di Giorgio Castriota Skanderberg ed alla progressiva conquista dell’Albania da parte dei turchi-ottomani, prese il via una lunga fase migratoria verso il Sud Italia, dove si insediarono le prime comunità arbëreshë che, provenienti dalla Morea e dalla Ciamuria, portarono con sé le tradizioni, la lingua, la musica della loro terra, unitamente alla religione ortodossa. Fino al XVII si assistette ad una storia di integrazione e convivenza tra le comunità albanesi e quelle italiane, che riprese a partire dagli anni Novanta con la seconda ondata migratoria, seguita alla fine del regime comunista, dando vita a nuove forme di incroci culturali con protagonisti artisti italiani, ed in particolare pugliesi, e musicisti albanesi. A questo sorprendente incontro tra culture differenti è dedicato il progetto Skanderband, orchestra-laboratorio nata nel 1998 dall’idea di Michele Lobaccaro, fondatore e polistrumentista dei Radiodervish, di esplorare gli incroci culturali tra le due sponde dell’Adriatico. Musicisti albanesi, arbëreshë e italiani si sono incontrati per dar vita ad un ideale viaggio che unisce Oriente ed Occidente partendo dalle radici della tradizione musicale del Sud Italia, passando per quella delle comunità arbëreshë fino ad approdare prima nei Balcani e poi in Turchia.
Di quasi diciotto anni di attività questo collettivo di musicisti ha dato vita ad un rigoroso percorso di ricerche sul campo tra Italia ed Albania, raccogliendo un ampio repertorio di brani tradizionali, a cui si aggiungono composizioni originali, il tutto riletto con la partecipazione di strumentisti custodi dell’antica tradizione arbëreshë, ancora viva e dinamica a San Marzano (Ta), Piana degli Albanesi (Pa) e nei diversi altri centri Arbereshe diffusi nelle regioni del Meridione d’Italia. Il risultato di questo intenso lavoro compiuto dalla Skanderband è il disco omonimo della cui gestazione e genesi ci racconta Michele Lobaccaro, senza dimenticare un focus su “Cafè Jerusalem”, l’ultimo album in studio dei Radiodervish.
Come nasce l’esperienza di Skanderband?
Skanderband nasce da un laboratorio che a sua volta prende forma dalla curiosità e dall’innamoramento per la musica albanese. Quando nel 1991 crollò il regime comunista, in Albania si ebbe una vera e propria apertura dei confini di questa nazione, ed in particolare in Puglia assistemmo all’arrivo della Vlora, questa grande nave carica di profughi albanesi che attraccò al porto di Bari. Da quel momento i contatti con l’Albania furono più intensi e già nei primi anni Novanta ci fu la possibilità di fare le prime esperienze di viaggio in quel paese fino ad allora sostanzialmente sconosciuto. Quello che si sapeva ci arrivava da Radio Tirana che captavamo sulle onde medie e dove ascoltavamo queste trasmissioni molto interessanti ed affascinanti per chi amava la world music. Una volta arrivati in Albania scoprimmo che era una terra ricchissima dal punto di vista culturale, pur essendo relativamente piccola come estensione del territorio e anche come popolazione. E’ in realtà un paese molto variegato e tra nord, sud e centro ci sono grandi differenze musicali con stili molto diversi e tutti molti interessanti.
Nel corso di questi tuoi viaggi in Albania hai avuto modo di effettuare anche ricerche sul campo?
Inizialmente quello che abbiamo fatto è stato recuperare quanti più documenti e materiale possibile dall’Albania, quindi dischi, cd, cassette. Quando sono rientrato in Italia, sulla base di questo interesse, ho avuto modo di conoscere anche musicisti albanesi che erano venuti da noi ed avevano anche avuto modo di suonare, e così c’è stato uno scambio più approfondito da cui sono nati poi anche viaggi fatti insieme a loro proprio in Albania. A partire dal 1998 abbiamo messo su diverse formazioni che hanno avuto come obiettivo quello di esplorare la musica albanese e più di recente questa esplorazione si è allargata alla musica Arbëreshë, quella che avevano portato in Italia coloro che erano emigrati cinquecento anni fa, creando poi diverse comunità. Ci sono diversi paesi arbëreshë in molte regioni del Sud Italia come Puglia, Molise, Calabria e Sicilia dove hanno conservato la lingua, le tradizioni, modi musicali e anche l’impronta religiosa bizantina. Abbiamo dato vita, così a prima questo laboratorio e successivamente al disco per raccontare una storia di emigrazione che va da cinquecento anni fa, fino all’ultima ondata migratoria dagli anni Novanta al Duemila. Il racconto di fondo è interessante perché chi è venuto cinquecento anni fa, fuggendo dalla dominazione ottomana, ha portato un certo tipo di musica, chi invece è venuto negli anni più recenti ha avuto modo di assorbire quella cultura e di arricchire ancor di più il patrimonio culturale albanese. Si è avuta la curiosa situazione con brani che che appartengono a tutte due le sponde dell’Adriatico ma sono suonati in modo differente, nello stile del Sud Italia e in quello balcanico dell’Albania. La musica del Meridione d’Italia ha subito l’influenza arbëreshë e viceversa, dando vita ad un laboratorio lungo cinque secoli di integrazione culturale ed oggi, per quello che accade con i grandi fluissi migratori, diventa un punto di vista importante da studiare.
Come hai scelto i musicisti che hanno preso parte al disco?
Devo dire che il nostro non è stato l’unico progetto multiculturale in questo senso, perché in Puglia se ne sono creati anche altri, essendosi diffuso il grande amore per la tradizione albanese tra la fine degli anni Novanta e il Duemila.
ritrovati a lavorare al disco proprio quei musicisti che avevano passione per questo progetto e che provengono da diverse esperienze musicali in gran parte dalla world music. Partendo dalle voci si può dire che questo sia un disco tutto al femminile perché c’è innanzitutto Eleonora Bordonaro che è siciliana ma vive a Roma ed è attiva in diversi progetti musicali, ed è una appassionata ricercatrice dell’area arbëreshë della Sicilia. Lei collabora anche con Ambrogio Sparagna, il quale ci ha donato “Kendime”, brano da lui composto ed ancora inedito che nasce da un testo recuperato da una raccolta di canti arbëreshë dell’Ottocento. Ci sono poi Meli Hajderaj, cantante albanese dalla voce meravigliosa, arrivata in Italia negl’anni Novanta, e Mimma Montanaro, arbëreshë dalla voce antica di San Marzano in Provincia di Taranto, altro luogo ricchissimo di tradizioni. Venendo, invece agli strumentisti, abbiamo la violinista albanese Anila Bodini che ha collaborato a lungo ed è stata parte anche dei Radiodervish, Guido Sodo che è un altro esperto di musica etnica, Max Però all’organetto, Pierpaolo Petta alla fisarmonica che è un musicista arbëreshë di Piana degli Albanesi, il maestro Domenico Virigili di Napoli, il percussionista Pippo D’Ark D’Ambrosio che suona anche con i Radiodervish, Francesco De Palma alla batteria, e Gianluca Milanese al flauto che suona anche nell’Orchestra della Notte della Taranta. C’è poi anche Marina Latorraca che suona il trombone alla balcanica ma con uno stile molto personaleed il percussionista Mimmo Gori, il cui incontro ha permesso di mettere in cortocircuito la musica arbëreshë e la musica albanese con i progetti di musica italo-albanese che avevo creato. Lui organizza da anni il Festival Dello Scorpione nella provincia di Taranto e che ha una sezione dedicata proprio alla realtà dell’Arberia, in virtù della presenza di una comunità arbëreshë a San Marzano. Da ultimo ma non meno importante abbiamo avuto la collaborazione di di alcuni musicisti della Fanfara Tirana.
Come avete selezionato il repertorio di brani da proporre nel disco?
Il repertorio dei brani è quello relativo alle prime canzoni che abbiamo condiviso e da quelle ne abbiamo selezionate sette, tra tradizionali e composizioni d’autore che però sono abbastanza recenti, essendo relative agli anni Settanta.
Pur essendo all’epoca l’Albania un paese molto isolato, la musica di questi autori kossovari ha attraversato il mare in maniera quasi clandestina ed è arrivata come nel caso di “Baresha” o di “Festa E Madhe” nei paesi arbëreshë dove sono diventate delle vere e proprie hit molto popolari, nelle quali gli italo-albanesi si identificano. Altro discorso va fatto per brani come “Lule Lule” che ha cinquecento anni ed appartiene indistintamente alle due popolazioni. Abbiamo scelto i brani che ci piacevano di più inserendoli all’interno di un percorso che parte con un canto a cappella “Madonna De Li Grazi”, cantato dalla Bordonaro e che rappresenta la radice del Sud Italia che parte ed attraversa il mare fino ai Balcani per giungere ad Istanbul con le sue sonorità.
Nel disco sono presenti anche alcune composizioni originali…
Quasi fossero una sorta di isole queste canzoni sono collegate da brani che ho composto io e servono da punti di incontro. Sono brani ispirati a quel clima musicale ed hanno un taglio più onirico allontanandosi molto dagli stilemi noti della musica balcanica che ci ha fatto conoscere Bregovic. Volevamo documentare la ricchezza di questa terra, qualcosa di ben diverso dall’unza unaza che abbiamo imparato a conoscere.
Quali sono state le ispirazioni alla base delle tue composizioni?
L’influenza è arrivata da tutti questi anni di ascolti ed anche di creazione di brani originali.Questi sono solo alcuni di quelli che ho scritto perché ne abbiamo anche altri. L’idea alla base del laboratorio è quella di proporre una tradizione viva perché non basta fare un recupero filologico di quello che c’è o di quello che si può andare a scovare che è certamente interessante ma non ci basta. Non ci piace mettere in museo questi modi musicali o queste tradizioni ma per noi è importante dargli vita e viverle, renderle vitali e ciò significa apportarvi la propria visione. Questo era lo spirito che ci ha animato come Radiodervish in tutte le nostre visioni della world music, legarci alle radici ma creare anche musiche attuali.
Saranno i concerti della Skanderband?
Durante i concerti ci saranno gran parte dei musicisti che hanno suonato nel disco. Attualmente siamo impegnati con la promozione con gli showcase a cui seguirà un tour nei paesi arbëreshë e poi una serie di concerti nei principali festival world.
Parlando di musiche attuali dai Radiodervish a Skanderbad, quali le differenze e quali le identità tra queste due realtà?
Penso che la differenza sia che con i Radiodervish sono due mondi diversi che si incontrano e lavorano molto sulle sensibilità personali, poi al centro c’è il Medioriente mentre con Skanderband parliamo di altri suoni. Radiodervish è un mondo meno entno, e più legato a memorie personali, è una vista in soggettivo della musica mentre Skanderband è un progetto legato a radici più profonde dal punto di vista storico proprio per il suo carattere laboratoriale.
Skanderband. New Arbëreshë Albanian Music (Cosmasola/Believe Digitale, 2016)
E’ l’itinerario di un viaggio affascinante e coinvolgente alla scoperta delle interazioni sonore tra le due sponde dell’Adriatico, tra Albania ed Italia, quello realizzato dall’orchestra-laboratorio Skanderband nel suo disco di debutto omonimo, prodotto con il sostegno di Puglia Sounds Records.
Creato nel 1998 da Michele Lobaccaro (basso, chitarra e baglama), questo large ensemble raccoglie un folto gruppo di eccellenti strumentisti come Anila Bodini (violino), Marina Latorraca (tromba e trombone), Gianluca Milanese (flauto), Guido Sodo (Oud e arpa celtica), Pierpaolo Petta (fisarmonica), Max Però (organetto), Domenico Virgili (piano), Mimmo Gori (conga, udu, bell, collar, e cajon), Pippo Ark D’Ambrosio (tar, bendir, darbuka, e singing bowls), Francesco Corrado De Palma (batteria), Fatbardh Capi e Namik Cepele di Fanfara Tirana (clarinetto), a cui si aggiungono le tre voci femminili di Eleonora Bordonaro, Meli Hajderaj e Mimma Montanaro.
Accompagnato programmatico sottotitolo “New Arbëreshë Albanian Music”, il disco è un esempio di come la ricerca attraverso le radici di una tradizione musicale possa creare connessioni temporali tra passato, presente e futuro, mettendo in luce sorprendenti ed inattesi fenomeni di osmosi culturale.
Dal punto di vista musicale si apprezza il pregevole lavoro operato da Lobaccaro in fase di arrangiamento, con orchestrazioni eleganti ed allo stesso tempo originali che mirano ad esaltare le complesse quando affascinanti strutture musicali della tradizione albanese ed arbëreshë.
Ben lungi dall’operare una asettica rilettura filologica, la Skanderband si fa interprete di una tradizione in movimento, diventando parte integranti di essa non solo nelle modalità di reinterpretazioni di brani tradizionali ma anche attraverso composizioni orginali.
Ad aprire il disco è il canto devozionale siciliano “Madonna De Li Grazi” nella intensa interpretazione a capella della Bordonaro che ci introduce a quei due gioielli che sono “Quifti” e “Ec Ec” a cui segue la splendida “Waiting”. “Xhamadani” ci apre poi la strada alle splendide versioni di tradizionali come “Baresha”, “Festa E Madhe” in cui spiccano i fiati di Fanfara Tirana e “Lule Lule” ma anche ai fascinosi inediti “Adriatik” e “Memorie” firmate da Lobaccaro, ma soprattutto all’intensa “Kendime” su testo ottocentesco musicato da Ambrogio Sparagna, che rappresenta uno dei vertici del disco.
Quest’opera prima della Skanderband è, dunque, un disco da ascoltare con attenzione per godersi a pieno tutto il fascino di questo progetto.
Le tracce di Lobaccaro sul Monte Analogo: inattuali ma autentiche
Articolo di Antonella W. Gaeta su Repubblica 24/01/2024
Inattuale è un aggettivo che, anno dopo anno, si carica di valore. Ciò che è inattuale contiene la profondità, il dire piano, il pensare e dare un senso, il distillare.
Il nuovo disco di Michele Lobaccaro, Navigazioni intorno al Monte Analogo è del tutto inattuale e, per questo, la sua bellezza e insieme la sua complessità va detta accordandovi le parole: le prime sono di invito ad ascoltarlo tenendosi libero un momento lungo, di non consumo avido e rapido, di quelli che ormai non si riesce più ma che dovremmo.
Michele Lobaccaro, compositore, autore e musicista dei Radiodervish, congeda venerdì prossimo per l'etichetta Cosmasola un ricercatissimo concept di nove tracce, un viaggio sonoro surreale e spirituale che dura da una ventina d'anni, e viene da lontano, da Franco Battiato. «Fu lui per la prima volta a parlarmi del romanzo incompiuto di René Daumal, scritto negli anni '40, Il Monte Analogo - racconta Lobaccaro - Il libro mi colpì subito, come tutti i testi vivi e interessanti sono inesauribili e, non essendo attuale nella sua epoca, non lo è neanche in questa, è universale.
Facendomi ispirare - continua -, ho inseguito un'esigenza di libertà, di sottrarsi a un meccanismo asfissiante, una prigione che oggi ha le sbarre trasparenti ma ancora più forti del digitale.
Così, un po' per risonanza, il titolo del libro, analogo analogico, può aiutarci ad avere una chiave di lettura, perché in molti ci sentiamo prigionieri di una riduzione della realtà, basta pensare alle formule dei Big Data, alla profilazione psicologica, per cui psiche e anima sono manipolabili e interpretabili e la tecnologia ci conosce meglio di come possiamo farlo noi, anticipando gusti, mosse; c'è sempre A Musicista Michele Lobaccaro dei Radiodervish qualcosa di preconfezionato che può esserci venduto, qualcosa che inscatola i nostri desideri e il nostro orizzonte, ma resto convinto che l'uomo sia irriducibile, una sua parte è sacra».
E proprio sospinti dalla ricerca di una nuova montagna sacra da scalare che il viaggio tra fantascienza e spirito di Daumal e di Lobaccaro comincia, con una meta, il Monte Analogo. Vi si arriva esplorando, costruendosi giacigli in ciascun brano, gustando i recitativi, i pezzi strumentali, sorprendendosi a sentire la mancanza di una maniera di concepire e fare musica, che suscita nostalgia come qualcosa di perduto.
Il lavoro molto cita ed evoca proprio Battiato, fatalmente: «A un certo punto entri nel solco del maestro, ne assumi la postura, perché oltre ad avermi indicato lui il testo, questi sono temi che amava frequentare; ho cercato anche, con un atteggiamento mimetico, di entrare nel suo approccio psicologico, nella composizione senza sconti, nel privilegiare l'autenticità, aria pura che ci serve per uscire dai miasmi dell'inautentico nel quale siamo immersi, alla ricerca dell'umano».
Battiato è anche presente nella voce di un suo grande complice: Juri Camisasca nel brano / giorni che verranno; c'è anche Nabil Salameh su Sogol, e Giancarlo Parisi ai fiati. Da venerdì Navigazioni intorno al Monte Analogo sarà sulle piattaforme digitali e nei negozi anche in versione deluxe e in quella con 100 esemplari firmati dall'artista dell'artwork Franco Rinaldi e dello stesso Lobaccaro.
Un'ala di riserva
“Un’ala di riserva” è probabilmente la poesia più conosciuta di Don Tonino Bello, un testo che come altri suoi scritti ha lavorato l’animo di Michele Lobaccaro dei Radiodervish, fino a suggerirgli l’idea di dare vita al progetto che prende il titolo proprio da questa poesia. “Un’ala di riserva” è un disco realizzato sotto forma di messa, che va a rinvigorire la produzione sacra dal versante della canzone popolare. In questa intervista, Michele ci aiuta ad entrare nel dettaglio di questo ambizioso progetto.
Michele, come è nata l’idea di realizzare il disco “Un’ala di riserva”?
Come musicista volevo restituire ciò che Don Tonino Bello mi ha dato. Con questo album ho sostanziato un’idea lanciatami proprio da Don Tonino, un sacerdote ma anche un personaggio che ha dato moltissimo da un punto di vista spirituale e intellettuale al nostro paese.
Una scomparsa la sua che sta facendo fruttare i semi buoni seminati in vita. Come sei riuscito a coinvolgere il grande Franco Battiato, che ha cantato in coppia con Samil, tuo compagno nei Radiodervish, la bella “Agnus Dei”?
Con Franco Battiato l’amicizia è nata alcuni anni fa, quando entrò in contatto con i Radiodervish, la mia band, iniziando una fruttuosa collaborazione che ha visto nascere un video, alcuni album ma soprattutto un’amicizia vera. Da questa stima è nata l’idea di coinvolgerlo, anche per la su grande sensibilità. Questo Agnus fa parte di alcuni canti propriamente liturgici che sono stati inseriti in “Un’ala di riserva”, alla quale si affiancano canzoni non liturgiche ma ispirate dai testi di Don Tonino.
Questa raccolta è stata pensata sotto forma di messa. Riuscirete a rappresentarla realmente in questa maniera?
Stiamo facendo dei giri di presentazione in diversi ambiti, nei quali fondiamo l’aspetto conferenziale, che spiega e introduce il progetto, con l’aspetto musicale, nel quale presentiamo – in trio - i canti e le musiche. Le richieste non mancano, ci stanno anche chiedendo di poter inserire questi canti nella celebrazione. La forma messa ci è stata suggerita idealmente da Don Tonino con la sua frase “La pace è finita, andate a messa”. E’ un capovolgimento, andare a messa non vi lascerà più tranquilli. Da questo punto di vista mi è venuta l’idea di lanciare con queste canzoni una messa che ha una forza centrifuga, che ti mette in discussione, che dall’altare ti lancia verso il mondo. Come diceva Don Tonino, la sua è una messa che ti deve lanciare verso l’altro.
La seconda canzone del cd si intitola “Auguri scomodi”, un brano molto incisivo che vede un duetto tra te e Caparezza.
Questo brano nasce da un testo di Don Tonino, “Auguri Scomodi”, una lettera di auguri di Natale realmente scomodi, che non lasciano tranquilli, perché il Natale non deve lasciare tranquilli, deve scuotere le coscienze e magari anche scandalizzare. Contro il Natale del consumismo e dell’ipocrisia. Con il suo rap Caparezza restituisce qualcosa che è contenuto in questa lettera, il suo è un approccio urticante e un po’ irriverente che si addice perfettamente a questo testo.
Per realizzare il cd hai raccolto i migliori musicisti pugliesi.
Questo album è un omaggio che la musica pugliese ha voluto fare a Don Tonino. Lui pensava alla Puglia come ad un’Arca di pace e non come ad un arco di guerra. Ha sempre lavorato contro la militarizzazione della nostra regione e nella direzione di un Mediterraneo come ambito di pace e di convivenza, sulla scia della sua idea di creare un uomo nuovo che si nutre della diversità. Questo è stato ciò che io ho riversato nell’idea sonora del progetto, pensando a sonorità mediterranee che ci potessero restituisce l’idea di un Mediterraneo aperto, luogo di scambio di culture. Questo ha determinato anche la scelta di una strumentazione mediorientale, per dare il giusto sapore e la luce adeguata ai vari messaggi lanciati da Don Tonino
Interessante l’idea di innestare le sonorità mediterranee su testi alcuni dei quali assolutamente liturgici. A mio avviso ne è sortito un progetto molto equilibrato e rispettoso, perfettamente riuscito. Sei soddisfatto della tua opera?
Io sono molto contento perché è stato un lavoro che mi ha fatto confrontare con la tradizione della forma messa ma mi ha anche stimolato ad un approccio che mettesse insieme modernità e tradizione. Mi sono avvalso di una serie di artisti scelti proprio per cercare di contaminare musicalmente i suoni, tra cui ensamble corali di musica sacra medioevale, sonorità etniche e leggeri tocchi di elettronica. E’ stata un’esperienza molto coinvolgente, spinta dal desiderio e dalla consapevolezza di poter condividere l’innamoramento verso la personalità di Don Tonino. Siamo riusciti cantare con gioia e questo ci ha permesso di restituire le emozioni che derivano dalla spiritualità del sacerdote pugliese. Ci piacerebbe riuscire a far incuriosire, portando alla lettura dei testi di Don Tonino più persone possibili.
Qual è l’aspetto che ti ha colpito in particolare di Don Tonino e cosa potrebbe portare nel mondo di oggi.
Ciò che mi colpisce di più è la sua capacità di restituire un punto di vista nuovo sulla realtà. Amava il paradosso, l’inversione del senso delle cose per trovare nuovi significati. Come sosteneva lui, c’è bisogno di spinte verticali per riscattare l’appiattimento che spesso è generato dal quotidiano. Don Tonino adottava l’immagine di un mantello che unisce i sogni delle persone. I sogni individuali che diventano collettivi. Oggi invece si sommano le paure individuali, che ti bloccano e creano terrore, che ti entra dentro e ti logora. C’è assoluto bisogno di invertire la tendenza. Don Tonino Bello continua a farlo con l’immenso patrimonio che ci ha lasciato
Parliamo anche del libro abbinato al cd, “Preghiera a Cristo “.
Si tratta di un testo inedito, un poema che Don Tonino ha scritto rifacendosi all’idea di un Dio estroverso. Racconta di un Dio capace di comunicare, di un Dio incarnato, anche molto dolce. E’ un poema che parla dei rapporti tra Chiesa e popoli conquistati, evangelizzati, proponendo una nuova visione del mondo reliogioso, dove il fine non è tanto evangelizzare quanto essere aperti all’accoglienza, anche della diversità. Questo fa parte della cifra del pensiero di Don Tonino: nello scambio tra culture ci deve essere il dare ma anche la capacità di essere capaci di ricevere, bisogna fare spazio dentro di noi. Uno scritto bello e complesso che ben si affianca alla musica che abbiamo realizzato
E’ interessante anche il fatto che “Un’ala di riserva” non è un disco nato da una commissione, come spesso capita in ambito spirituale-religioso, ma si tratta di un’ispirazione giunta direttamente da Don Tonino Bello.
Direi che è capitato così. Forse non è un caso ma è la forza stessa della sua personalità che ha messo in moto il progetto. Don Tonino è un personaggio che parla a tutti, credenti e non, laici, atei, è portatore di una serie di valori universali profondamente umani. Il fatto di aver scelto la messa è un valore aggiunto, ma non è l’unica forma musicale possibile per comunicare il pensiero di Don Tonino. L’intenzione è di dimostrare che questa è una messa nella quale varie forme musicali possono sostenere e accompagnare il suo grande e universale messaggio religioso e spirituale.