«DEFINISCI: BAMBINI»
«Definisci: bambini». Così, con una frase apparentemente neutra, un amico di Israele e sostenitore della politica sionista sulla televisione italiana ha insinuato che i bambini palestinesi non siano “veri” bambini, ma potenziali terroristi, futuri nemici, vite sacrificabili. È un’affermazione che colpisce non tanto per la sua brutalità esplicita, quanto per la sottile violenza implicita che porta con sé: quella di disumanizzare.

Ogni società riconosce l’infanzia come una fase fragile e sacra della vita umana. Negare che i bambini palestinesi siano bambini significa negare un’evidenza biologica, psicologica e culturale universale. È il tentativo di incrinare una delle ultime parole che ancora uniscono l’umanità in un sentimento comune: la parola bambino, che evoca innocenza, vulnerabilità, diritto alla protezione.
Ma qui la parola viene piegata in senso opposto. Non più simbolo di cura, ma insinuazione di colpa. Non più innocenza, ma minaccia. Il risultato è duplice: neutralizzare l’empatia e giustificare la violenza. Così, l’uccisione o l’arresto di un minore non appaiono più come un crimine, ma come un atto di “difesa preventiva”. È la stessa logica che, nei contesti coloniali, ha negato l’umanità dei popoli oppressi: i nativi come “selvaggi”, gli africani come “sub-umani”.
Il sofisma della “definizione” funziona come uno stratagemma linguistico: finge un problema concettuale laddove non c’è, e apre un varco politico per legittimare l’inenarrabile. Ma non è solo un artificio retorico: è un attacco frontale ai diritti umani. La Convenzione ONU del 1989 riconosce a ogni minore diritti inalienabili, senza distinzione di etnia o religione. Negare l’infanzia a una parte dell’umanità significa negarla a tutti.
Così, la frase “definisci: bambini” diventa uno strumento di criminalizzazione preventiva. Un bambino palestinese non viene più percepito come vittima, ma come colpevole in potenza. La sua risata, i suoi giochi, la sua fragilità non contano: viene ridotto a “minaccia latente”. È un rovesciamento crudele che sposta la colpa dal carnefice alla vittima, e che alimenta una retorica di paura.
Questa strategia, oltre a essere eticamente inaccettabile, ha conseguenze devastanti. Sradica la dignità universale, mina le basi del diritto, corrompe il linguaggio morale comune. Se un bambino non è più riconosciuto come tale, allora nessuno lo è più per davvero. E una società che arriva a questo punto mostra di aver perso ogni bussola etica.
È proprio questo il segnale più inquietante: non si tratta solo di politica o di propaganda sionista del genocidio, ma di un crollo umano e morale. Nel momento in cui un bambino deve essere “definito” per essere riconosciuto come bambino, significa che l’umanità intera è entrata in un territorio oscuro.