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KARL IN THE RESORT

30.06.2026

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del Resort

«Uno spettro si aggira per l’Europa». La celebre apertura del Manifesto del Partito Comunista potrebbe essere oggi parafrasata in modo inatteso: lo spettro che attraversa il continente non è più quello della rivoluzione, ma quello del resort. Da Gaza all’Albania, dalla Sardegna alla Puglia, un medesimo immaginario sembra imporsi come destino inevitabile: il grande complesso turistico di lusso viene presentato come l’unica via possibile allo sviluppo economico, alla modernizzazione dei territori, alla creazione di ricchezza.

Il progetto della trasformazione del litorale di Gaza in una futura Riviera mediterranea, le speculazioni sull’isola di Sazan in Albania, il maxi-insediamento turistico di Tavolara Bay in Sardegna, fino al progetto del Beach Resort di Costa Ripagnola in Puglia, sembrano appartenere a contesti diversi. Eppure condividono una stessa narrazione: il paesaggio diventa una risorsa da valorizzare economicamente attraverso il turismo di lusso e la sua trasformazione in merce.

Ma dietro questa promessa di prosperità si nasconde un cambiamento più profondo del rapporto tra società, territorio e potere.

DALL’ESTRAZIONE DEL LAVORO ALL’ESTRAZIONE DEL PAESAGGIO

Per oltre due secoli il capitalismo industriale ha fondato la propria accumulazione sullo sfruttamento della forza lavoro. Fabbriche, miniere, acciaierie e grandi impianti produttivi rappresentavano l’architettura materiale del potere economico. Oggi, in molte aree dell’Occidente postindustriale, la logica sembra mutata.

Non si estrae più principalmente valore dal lavoro umano concentrato nelle fabbriche, ma dal paesaggio, dalla natura, dal tempo libero e dall’esperienza turistica. La spiaggia, la costa, la montagna, il centro storico, il tramonto e persino il silenzio diventano elementi di una nuova catena del valore.

Il resort non produce beni materiali: produce accesso privilegiato. Trasforma ciò che era comune in esperienza esclusiva. In alcuni casi arriva perfino a limitare o ostacolare l’accesso ai beni pubblici, come il mare, che nella tradizione mediterranea è sempre stato percepito come spazio condiviso.

LE NUOVE ENCLOSURES

Questo processo richiama sorprendentemente quanto accadde in Inghilterra tra il XIII e il XIX secolo con le enclosures. I terreni comuni, utilizzati collettivamente dalle comunità rurali, vennero progressivamente recintati e privatizzati. Ciò che apparteneva a tutti divenne proprietà di pochi.

Karl Polanyi vide in quel processo uno dei momenti fondativi della modernità capitalistica. Oggi assistiamo a una sorta di nuova enclosure del paesaggio. Le recinzioni non sono sempre fisiche; spesso sono economiche, giuridiche o simboliche. Non occorre impedire formalmente l’accesso: basta rendere un luogo funzionale esclusivamente ai consumi di una minoranza privilegiata.

Le coste, le isole, i borghi storici e persino gli ecosistemi vengono progressivamente incorporati in una logica privata che trasforma il bene comune in rendita.

IL RESORT COME ARCHITETTURA DEL CAPITALISMO CONTEMPORANEO

Il resort rappresenta forse una delle forme architettoniche più caratteristiche del capitalismo contemporaneo. Dopo la fase industriale e quella finanziaria, emerge un modello che trae profitto dall’organizzazione dello spazio e dalla gestione selettiva dell’accesso.

Si costruiscono enclave protette, luoghi dell’esclusività, isole di lusso immerse spesso in territori segnati da precarietà economica e marginalizzazione sociale. Non si tratta semplicemente di strutture ricettive: esse incarnano una precisa idea di società.

Da una parte gli spazi riservati al consumo, alla sicurezza e al privilegio; dall’altra i territori che forniscono servizi, lavoro stagionale e forza lavoro a basso costo. Il rischio è quello di una crescente frammentazione dello spazio sociale, dove la separazione diventa principio organizzatore della geografia.

UNA NUOVA GEOGRAFIA DELLA SOTTRAZIONE

Le mobilitazioni che emergono in diverse parti del Mediterraneo non riguardano soltanto questioni ambientali. Esse esprimono la percezione che sia in corso una progressiva sottrazione di beni comuni e di sovranità territoriale.

In questo senso il termine di “palestinizzazione” può essere letto come metafora politica di una condizione in cui comunità locali vengono chiamate ad accettare decisioni prese altrove, assistendo alla trasformazione dei propri territori senza un reale potere di intervento. Il modello dell’apartheid israeliano in Cisgiordania, se non fermamente criticato e ripudiato, normalizza l’idea di una geografia a macchia di leopardo con zone solo per privilegiati circondati da territori di poveri e marginalizzati

La questione non riguarda soltanto la proprietà economica, ma la possibilità stessa di abitare un luogo, riconoscersi in esso e partecipare alle decisioni sul suo futuro.

L’ARCHITETTURA COME LINGUAGGIO DEL POTERE

Ogni epoca ha costruito i propri simboli. Gli ziggurat raccontavano il potere teocratico delle antiche civiltà mesopotamiche; gli anfiteatri la grandezza imperiale di Roma; i castelli il feudalesimo; le cattedrali il dominio spirituale del Medioevo; le fabbriche l’era industriale; i grattacieli il capitalismo finanziario globale.

Anche il resort appartiene a questa genealogia. Non è soltanto un edificio: è un dispositivo culturale che racconta un modello di società, una concezione del territorio e una precisa distribuzione del potere.

La domanda che attraversa oggi il Mediterraneo è dunque più profonda di una semplice disputa urbanistica. Non riguarda soltanto ciò che si costruisce, ma il tipo di mondo che si desidera abitare. Se il resort è davvero il simbolo architettonico del nostro tempo, allora il conflitto che lo accompagna non è un conflitto locale. È uno scontro tra due visioni opposte del paesaggio: da una parte il territorio come bene comune, luogo di relazioni, memoria e appartenenza; dall’altra il territorio come asset economico da valorizzare e monetizzare.

In gioco non c’è soltanto il destino di una costa, di un’isola o di una spiaggia. C’è la definizione stessa di ciò che, nel XXI secolo, continueremo a considerare comune.

ML

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