ERRI DE LUCA, NOI E IL PETTINE DELLA STORIA

Stiamo vivendo davvero un tempo straordinario. Straordinario perché è un tempo fuori dall’ordine, fuori dalle cornici abituali, fuori da quelle rassicurazioni che per anni abbiamo scambiato per verità stabili. Molto di ciò che credevamo saldo oggi appare incrinato. Assistiamo a grandi delusioni — o forse, più precisamente, a profonde disillusioni — perché stanno crollando intere narrazioni che ci avevano aiutato a sentirci protetti dentro una certa idea di mondo, di giustizia, di progresso, di coerenza.
L’immagine che oggi mi sembra più capace di raccontare questo tempo è quella del pettine della storia.
Un pettine attraversa. Separa. Porta alla luce. Scioglie oppure mostra i nodi nascosti dentro la trama. Passa lentamente e, dente dopo dente, costringe a vedere ciò che prima restava confuso, coperto, intrecciato. Forse è proprio questo che la storia sta facendo con noi: ci sta passando dentro.
Sta attraversando coscienze, appartenenze, ideologie, posture morali, parole, paure e convinzioni. E ogni dente del pettine fa emergere nodi profondi che pensavamo secondari e che invece raccontano chi siamo davvero.
Fino a oggi, almeno, ne abbiamo visti chiaramente tre.
Il primo dente ha mostrato chi ha barattato la libertà con una pseudo-sicurezza.
Lo abbiamo visto nel tempo del Covid. In quella frattura della realtà è emerso quanto facilmente la paura possa diventare più forte della coscienza critica. Quanto il bisogno di protezione possa trasformarsi nell’accettazione acritica del controllo, della semplificazione, della rinuncia. Il nodo profondo riguardava l’umano. Abbiamo visto persone fortemente identificate con ruoli, idee, appartenenze, e poco allenate a restare in contatto con la parte più fragile, viva e responsabile di sé. Si è spezzata un’illusione: dichiararsi liberi non coincide automaticamente con l’essere davvero liberi.
Il secondo dente ha mostrato chi ha accettato la guerra come unico linguaggio possibile per risolvere i conflitti. Qui il nodo si è fatto ancora più duro. Abbiamo assistito a una progressiva normalizzazione della guerra. Il conflitto armato è tornato a essere raccontato come grammatica inevitabile del mondo. E con esso è riemersa una dinamica antica: la demonizzazione del nemico. Quando il nemico smette di essere umano, tutto diventa più semplice: semplificare, odiare, tifare, giustificare. Il pettine della storia ha mostrato quanta parte delle nostre coscienze fosse pronta ad accettare questa riduzione binaria: bene contro male, noi contro loro, civiltà contro barbarie. Ogni volta che il volto dell’altro scompare, si incrina qualcosa anche dentro chi osserva.
Il terzo dente è forse il più doloroso: ha mostrato chi ha accettato il genocidio come un prezzo tollerabile. Qui il nodo diventa quasi insopportabile. Per ciò che accade. Per ciò che rivela. Quando la sofferenza di un popolo viene relativizzata, giustificata, resa collaterale o accettabile in nome di equilibri geopolitici, vendette storiche, appartenenze o paure, il pettine della storia attraversa direttamente la nostra coscienza morale. E ci costringe a chiederci fino a che punto siamo ancora capaci di restare umani mentre la violenza viene normalizzata.
Forse è per questo che oggi sentiamo così forte la disillusione. Perché la storia sta passando al vaglio ciascuno di noi. Le parole vengono messe alla prova dai fatti. Le dichiarazioni vengono misurate dalla coerenza. Le appartenenze dalla capacità di custodire ancora umanità. Dire da che parte si sta non basta più. Conta vedere se quella parte abita davvero il nostro modo di vivere, di scegliere, di tacere o di esporsi.

In questi giorni molti rileggono scrittori, intellettuali e riferimenti morali alla luce delle loro prese di posizione. Accade anche con Erri De Luca. I suoi primi libri mi sono sempre piaciuti: quella scrittura essenziale, asciutta, quasi aforistica, aveva dentro un “buon senso operaio” che nasceva dalla fatica, dalla sottrazione, dalla concretezza. Una parola scavata, capace di arrivare come una lama breve e precisa. Forse oggi il punto centrale riguarda proprio questo: la storia ci costringe a rileggere uomini, idee e parole alla luce della coerenza.
Ed è qui che mi torna alla mente Vasilij Grossman davanti alla Madonna Sistina di Raffaello. Dopo il Novecento, dopo i totalitarismi, la guerra, la Shoah e la devastazione morale della storia, Grossman vede in quella figura materna la forma più fragile e potente dell’umano.
Una madre che avanza con il bambino in braccio. Attraversa. Custodisce. Espone la vita al dolore della storia. Grossman comprende che la salvezza si trova in ciò che lui chiama la piccola bontà: un gesto umano, una pietà semplice, una fedeltà silenziosa all’altro.
E qui la Madonna Sistina sembra quasi il controcampo del pettine. Il pettine divide, smaschera, separa i nodi. Lei custodisce. Mentre la storia passa e mette a nudo le nostre contraddizioni, quella figura resta come una domanda: siamo ancora capaci di proteggere l’umano quando tutto intorno diventa propaganda, odio, appartenenza cieca e cinismo? Forse è qui che il nostro tempo si misura.
Nella qualità dell’umanità che riusciamo ancora a preservare.
Nella capacità di vedere il volto dell’altro.
Nella fedeltà a una coscienza che non si lascia addestrare all’indifferenza. Il pettine della storia continuerà a passare. Forse altri denti emergeranno. Altri nodi verranno alla luce.
E forse disertare, in questo tempo, significa sottrarsi a tutto ciò che ci rende meno umani.
Disertare la paura che chiede obbedienza cieca.
Disertare la guerra raccontata come destino.
Disertare la propaganda che cancella i volti.
Disertare l’odio riflesso. Disertare le identità che impediscono di riconoscere l’altro.
Come quella Madonna di Raffaello che avanza nella storia con una fragile e irriducibile ostinazione a custodire la vita.
Buona diserzione.