ULTIMA CHIAMATA PER GLI INTELLETTUALI OCCIDENTALI
Siamo chiamati, come occidentali, a conoscere e studiare le altre culture per uscire dalle categorie sclerotizzate dell’autoreferenzialità culturale in modo da aprirci ad un mondo dove, solo se si esce dalla ubriacatura da élite colonizzatrice in decadenza, sarà possibile essere parte propositiva di una umanità che sta crescendo nonostante il vecchio, violento e ottuso occidente.

La critica all’eurocentrismo e al suprematismo positivista, sviluppata nel Novecento da filosofi, storici, sociologi e movimenti popolari, sembrava aver trovato un punto di svolta con la fine della Guerra Fredda ma è naufragata sotto i colpi della propaganda neoliberale.
L’illusoria “vittoria dell’Occidente” sull’Unione Sovietica ha prodotto un effetto opposto: gli Stati Uniti, con l’Europa al seguito, hanno rilanciato un progetto di dominio unipolare, imponendo il proprio modello attraverso guerre e interventi militari in Iraq, Jugoslavia, Afghanistan e oltre. Le classi politiche e intellettuali hanno fatto un balzo indietro di un secolo riproponendo acriticamente l’ottusità del positivismo di fine ottocento e buttando a mare 90 anni di raffinata critica da E. Husserl alla Scuola di Francoforte, da Claude Lévi-Strauss a Frantz Fanon, Edward W. Said, etc…
Quello che era stato un fertile sguardo critico si è allora rovesciato, e molti intellettuali hanno finito per abbracciare la visione eurocentrica, suprematista e colonialista che voleva la storia universale convergere inevitabilmente nel modello occidentale. Ma la storia ha altre strade: oggi, con la forza della necessità storica, sta emergendo un mondo multipolare, che le élite occidentali faticano ad accettare, perché significa perdere egemonia economica, militare e culturale.
Il primo segnale di questa crisi è il naufragio dell’intero castello ideologico dei “valori occidentali”, sempre più percepiti come ipocriti e contraddittori dall’80% del mondo. Non solo i paesi ex-colonizzati, ma anche le stesse masse interne alle società europee e americane colgono sulla propria pelle la mendacità di una propaganda che si scontra con crisi economiche, sociali e ambientali senza precedenti.

La violenza e la militarizzazione dell’economia, delle società, il ricorso continuo allo stato di eccezione delle cosiddette democrazie sono il segno evidente di questa incapacità di imporre con la persuasione il proprio modello di civiltà, con il conseguente crollo di credibilità delle classi dirigenti le quali sembrano oramai sull’orlo di una débâcle assoluta, sullo stile nobiltà francese nel 1789.
In questo contesto, l’esperienza dei Radiodervish si è data il compito di anticipare e incarnare la necessità di una ridefinizione culturale globale. Con i “laboratori-canzone”, a partire dagli anni Novanta, ha esplorato i territori dell’incontro tra culture, linguaggi e religioni, offrendo uno spazio in cui la musica diventava non solo arte, ma anche ricerca filosofica e dialogo interiore.
Se in quella stagione il tutto si collocava sullo sfondo dei flussi migratori e sulla globalizzazione vincente, oggi, con la fine della globalizzazione, il compito diventa più radicale: ripensare la percezione che le diverse culture hanno di se stesse.

È caduta la narrazione universalistica secondo cui tutta la storia delle civiltà sarebbe destinata a confluire sotto un unico modello occidentale, e che il progresso civile consista nell’abbandonare parti della propria cultura per uniformarsi al vincitore.
Al contrario, oggi siamo chiamati a elaborare un dialogo tra mondi che riconosca la pluralità delle culture senza gerarchie, senza vergogna e senza le pratiche distruttive della “cancel-culture”. La vergogna, infatti, è sempre un effetto collaterale della manipolazione colonialista.
Il dialogo autentico non deve cancellare le identità per dissolverle in una melassa indistinta e globalista, ma deve valorizzare le differenze, nel rispetto reciproco, nell’arricchimento vicendevole senza ridursi all’uguaglianza forzata.
I Radiodervish hanno cercato, con la loro musica — nata nell’intreccio Mediterraneo — di incarnare un pluralismo armonico. Non una fusione che annulla, ma una contaminazione che fa crescere, un laboratorio vivente di quello che potrebbe diventare il nuovo paradigma culturale: un mondo multipolare fondato sulla compresenza di voci diverse, capaci di dialogare senza annullarsi.
Un mondo multipolare non è un’utopia astratta: è già la realtà che bussa alla porta. Sta a noi scegliere se viverla come una minaccia o come un’occasione per costruire legami nuovi, capaci di farci crescere insieme senza per forza dover diventare tutti uguali e senza radici.
In questo orizzonte si inserisce e acquista forza l’appello agli intellettuali occidentali: ritrovare la capacità critica smarrita, riallacciarsi a quella tradizione filosofica e culturale che ha saputo mettere in discussione l’eurocentrismo, il razzismo e il positivismo cieco, e aprirsi a un autentico dialogo con l’umanità plurale che abita il pianeta. Senza questo passo, l’Occidente rischia di scivolare definitivamente nell’irrilevanza, mentre il resto del mondo costruisce nuove mappe di senso e di convivenza.
È tempo, inoltre, di uscire dalle secche della propaganda che ci ha visti per decenni preda delle parole d’ordine del pensiero unico dell’Unione Europea, di una narrazione accolta con spirito acritico da intellettuali, giornalisti e politici — tranne rarissime eccezioni. Proprio questa pigrizia intellettuale ci ha condotto verso l’attuale fine ingloriosa dell’Europa, che appare oggi inadeguata, nelle sue classi dirigenti, a formulare qualsiasi azione diversa da una sterile coazione a ripetere, nel disperato tentativo di preservare un mondo che sta crollando. E proprio per questo si avverte la carenza drammatica di letture nuove, capaci di generare scelte all’altezza della situazione.
QUANDO L’INTELLETTUALE TACE: IL LIMITE DELLO SGUARDO ISRAELIANO
Gli intellettuali autentici dovrebbero vedere le cose molto prima degli altri e dare una prospettiva ampia. Mi spiace signor Grossman lei non lo ha fatto…

La recente presa di posizione di David Grossman, che finalmente si è spinto fino a riconoscere che il termine genocidio è ormai inevitabilmente associato all’operato di Israele a Gaza, solleva più interrogativi che apprezzamenti. La sua dichiarazione non segna tanto un atto di coraggio quanto un tentativo di salvare ciò che resta di un’immagine morale – quella personale e, più in generale, quella dell’intellettuale israeliano “etico” – profondamente logorata. Non si tratta dunque di un’uscita limpida e solidale, ma di una dichiarazione viziata da un atteggiamento autoreferenziale e difensivo.
Grossman, come altri esponenti di quella che fu una coscienza critica interna a Israele, sembra più colpito dal fatto che il nome del proprio Paese venga ormai comunemente accostato alla parola genocidio, piuttosto che dai corpi straziati, dalle madri disperate, dalle città ridotte in macerie e dal popolo palestinese privato di ogni diritto. La sua principale preoccupazione sembra essere la reputazione di Israele e quella degli israeliani “perbene”, non la sorte delle vittime. Questo tradisce un’impostazione profondamente egocentrica: il dolore dell’altro è filtrato, se non annullato, dalla ferita dell’immagine che Israele dà di sé al mondo.
Un vero intellettuale, tuttavia, non può permettersi una simile riduzione dello sguardo. Non può, soprattutto, fare appello alla storia solo quando serve a proteggere una narrazione nazionale. L’intellettuale è chiamato a dare profondità storica ai fenomeni, a situarli in un contesto ampio, a restituire la complessità delle vicende, anche – e soprattutto – quando questa complessità mette in crisi la propria identità collettiva. In questo senso, Grossman tradisce proprio il mandato dell’intellettuale. Non affronta la radice coloniale del progetto sionista, non riflette davvero sulle conseguenze strutturali dell’occupazione, della segregazione, dell’espulsione. Non dice la verità intera.
Ma c’è di più. Nella sua narrativa, persiste uno dei tratti più stantii e tossici del discorso coloniale: la presunzione che i palestinesi, da soli, non siano capaci di rendere la loro terra un luogo fiorente. Grossman, come altri autori israeliani anche “di sinistra”, continua a reiterare – anche in modo implicito – l’idea che solo Israele abbia saputo portare modernità, sviluppo, civiltà. È il vecchio stereotipo colonialista della “terra deserta” che fiorisce solo sotto la guida illuminata dell’occupante. È un’idea che, oltre ad essere storicamente falsa, è eticamente insostenibile. Dopo decenni di dominio, di esproprio, di assedio, pretendere che un popolo strangolato dall’occupazione non sia “stato in grado” di costruire un paese fiorente è una forma di violenza simbolica e di rimozione delle responsabilità.
Sotto foto del confezionamento delle arance di Jaffa (prima del 1948)

Questi stereotipi non sono solo logori: sono insopportabili. Eppure, Grossman li ripropone, magari in modo sfumato, come se fossero ancora parte di un discorso legittimo. In realtà, essi servono soltanto a mantenere in piedi la narrazione autoassolutoria che permette a troppi israeliani “critici” di sentirsi superiori e dispiaciuti – ma mai veramente complici, e quindi mai veramente responsabili.
Oggi, la cosiddetta “sinistra sionista”, di cui Grossman è esponente emblematico, appare del tutto svuotata. È incapace di articolare una critica radicale e coerente. Vive in uno stato di dissonanza cognitiva: denuncia gli eccessi, ma si aggrappa alla legittimità del progetto che li ha resi possibili. Parla di giustizia, ma senza mai mettere davvero in discussione i fondamenti di un sistema che rende la giustizia irraggiungibile. In questo senso, gli intellettuali israeliani come Grossman non sono più convincenti. Le loro parole sembrano frammenti stanchi di un discorso ormai superato, incapace di fare i conti con la realtà brutale di una guerra d’annientamento che non è un incidente, ma lo sbocco naturale di un lungo processo storico.
In definitiva, ciò che manca nella presa di posizione di Grossman non è il tempismo, ma la profondità. Non basta più “essere dispiaciuti” per come Israele viene percepito. Occorre finalmente guardare in faccia ciò che Israele è diventato. E forse anche ciò che è sempre stato.
Dagli sputi alle bombe contro i cristiani: ecco dove si arriva se ci si ostina a non voler vedere il genocidio.

Questa notte è stata bombardata la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, uno degli ultimi luoghi di rifugio per civili cristiani e musulmani. Lì si erano radunate famiglie, anziani, bambini, sotto l’unico tetto che ancora sembrava inviolabile. Colpire una chiesa non è solo un crimine di guerra: è il simbolo di una disintegrazione morale che ci riguarda tutti.
Quello che colpisce è vedere l’indignazione tardiva di molti, compreso il governo italiano, che si è finalmente accorto dell’orrore — ma solo perché è stata colpita una chiesa. Due anni di bombardamenti, assedi, ospedali rasi al suolo, giornalisti uccisi, civili trattati come bersagli mobili… eppure nulla, nessuna protesta ufficiale, nessuna rottura del silenzio istituzionale. Come se la vita palestinese non meritasse la stessa compassione. Come se il diritto internazionale fosse valido solo quando colpisce un simbolo “nostro”. E' sempre più urgente cambiare postura, alzarsi dalla comoda poltrona dalla quale scorgiamo da due anni il genocidio per rovesciarla e guardare come tutto questo rende scomoda e precaria la nostra stessa esistenza.

Mi torna in mente tutto quello che ho visto in Palestina con i miei occhi. Non per “sentito dire”, ma vissuto. Quando con i Radiodervish andavamo a suonare in Israele e nei Territori occupati, c’erano momenti pieni di imbarazzo e dolore. Ricordo quando accompagnavamo Nabil a cercare la casa dei suoi genitori a Giaffa, da cui erano stati cacciati con violenza nel 1948 diventando profughi in Libano. Ci aiutavano degli amici israeliani, sensibili, colti, pieni di buone intenzioni. Ma non trovavamo la casa. Era stata cancellata dal piano urbanistico, rimpiazzata da nuovi edifici, nuovi nomi, nuovi alberi. Una cancellazione materiale e simbolica. Una pulizia della memoria. Quel vuoto urbanistico ci restituiva in pieno il rovescio della realtà: l’ingiustizia radicata che resiste a ogni retorica pacificatrice. tutto raso al suolo per riscrivere la narrazione e far sì che nessuno potesse più dire: “questa è casa mia”.
Era una pulizia della memoria, materiale e simbolica. E quel vuoto ci restituiva tutta l’irrimediabilità dell’ingiustizia. Lì si percepiva chiaramente: nessuna riconciliazione è possibile finché non si riconosce il dolore dell’altro.

Nel 2010 organizzammo a Gerusalemme il festival “Tre Volte Dio”, un progetto di dialogo interreligioso dedicato alle tradizioni monoteiste. Eravamo ospitati in un collegio cattolico, da sempre bersaglio di pressioni israeliane: continui tentativi di esautorarlo, ridurlo, soffocarlo con cavilli, permessi negati, pressioni quotidiane. Un vero e proprio mobbing istituzionale per farlo cedere e abbandonare il campo. Un pezzo di cristianesimo arabo che resisteva, stretto tra le logiche espansioniste e il silenzio dei governi occidentali.
Tutto questo si collega, oggi più che mai, alla natura profonda del conflitto. La genesi di Israele è complessa, ambigua, segnata da molteplici tensioni. Un progetto nato all’incrocio tra il trauma europeo dell’Olocausto, la strategia geopolitica delle potenze occidentali e un’idea messianica della terra promessa che, nel tempo, si è rivelato un fanatismo religioso etnico delirante.
A partire dagli anni ’70 e ’80, Israele ha attivamente favorito l’ascesa del fondamentalismo islamico nei Territori, proprio per indebolire il fronte laico e progressista dell’OLP. È una delle tante contraddizioni: per difendere un progetto di Stato coloniale “moderno” si è scelto di sostenere l’arretramento ideologico del nemico, pur di spezzare ogni possibilità di compromesso. Ne è venuto fuori un cortocircuito dove ogni parte ha fatto leva sul fondamentalismo dell’altra, ma il motore primo è rimasto uno: una volontà coloniale, espansionista, impermeabile al diritto internazionale.
Lo vediamo ora, in maniera plastica: più fronti di guerra aperti contemporaneamente, in violazione sistematica delle leggi internazionali, con un senso di impunità assoluta. Israele si comporta come se le regole della convivenza globale non valessero più, come se ogni principio dell’umanesimo giuridico potesse essere sospeso in nome della “sicurezza”. Ma così si alimenta solo l’instabilità globale, il disprezzo per le istituzioni multilaterali, la fine della speranza. E questo non può non riguardarci.

Nel frattempo, anche i simboli cristiani (che sono sempre palestinesi) diventano bersaglio. Prima gli sputi — umilianti, quotidiani — da parte di fanatici ultraortodossi contro sacerdoti, suore, pellegrini. Poi le bombe. E le chiese, come quella di Gaza, diventano ultimo rifugio e prossimo obiettivo.
Non è una serie di episodi isolati. È una cultura del disprezzo tollerata — se non incoraggiata — che colpisce tutto ciò che è diverso, minoritario, non conforme. E che oggi non risparmia più nessuno.
Oggi, Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori occupati, è diventata il simbolo della resistenza giuridica e morale a questa deriva. È insultata, delegittimata, accusata di antisemitismo per il semplice fatto di applicare il diritto internazionale. La sua voce ci ricorda che non siamo disarmati. Che c’è ancora uno spazio per la verità.
Da sempre, personalmente, ho trovato problematica l’idea di uno Stato su base etnico-religiosa. In profondo contrasto con l’idea di Stato moderno, laico, nata dall’Illuminismo e dalle rivoluzioni democratiche. Costruire un’identità statale su un principio di appartenenza esclusiva — religiosa, etnica, culturale — significa espellere tutto ciò che non vi rientra. È l’anticamera dell’apartheid, della deportazione, della cancellazione della memoria.
E questa logica si tocca ogni giorno, in Israele e nei territori occupati. Non è solo una teoria. È quello che ho vissuto negli occhi di Nabil mentre cercava la sua casa. È quello che ho sentito nei racconti di sacerdoti cattolici isolati, sotto pressione, logorati. È quello che vedo nel genocidio programmatico e oggi nelle rovine della chiesa di Gaza.
Tutto questo ci parla. Ci interroga.
Cosa siamo disposti a giustificare, pur di mantenere il nostro silenzio?
E soprattutto: quanto tempo possiamo resistere nel negare l’evidenza dell’ingiustizia?
Il rovescio della poltrona è scomodo. Non lo vogliamo guardare. Ma è lì che abita la verità.
E oggi più che mai, siamo chiamati ad accettare la scomoda postura.
Michele Lobaccaro
“L’ULTIMA LEZIONE: IMPARARE A DISOBBEDIRE”

Dalla scuola di Barbiana alla DAD, dalla pandemia alla guerra: perché dietro un semplice rifiuto di uno studente si nasconde la difesa più umana contro la società del conformismo.
Fin dalla sua istituzione come sistema obbligatorio, la scuola non è mai stata solo un luogo di trasmissione di saperi. È un laboratorio sociale, un campo di prova per innovazioni, ma anche uno dei più potenti strumenti di controllo e conformismo. È un luogo in cui si specchiano, e spesso si esasperano, tutte le contraddizioni della società.
Don Lorenzo Milani, con la scuola di Barbiana, provò a scardinare tutto questo. Denunciò una scuola classista, autoritaria, incapace di emancipare davvero chi partiva svantaggiato. I movimenti studenteschi degli anni Sessanta e Settanta raccolsero quella tensione: rifiutarono di restare spettatori passivi, misero in discussione voti, esami, gerarchie, rivelando la scuola per ciò che spesso è — un dispositivo di selezione e disciplinamento, più che di liberazione.
Non è un caso che Michel Foucault, uno dei più lucidi interpreti del potere moderno, parlasse della scuola come di un’istituzione totale, un dispositivo di sorveglianza e normalizzazione simile, per logica, a ospedali psichiatrici e carceri. La disciplina si esercita con regole visibili e invisibili: l’orario, la disposizione dei banchi, i voti, le interrogazioni. Non sono solo strumenti didattici: sono ingranaggi di un meccanismo che addestra alla docilità, misura, classifica, esclude.

E oggi?
Più volte negli ultimi anni ho visto realizzarsi quello che si era palesato come un prodromo negli anni della pandemia. Dei meccanismi che mi sono presto sembrati chiari: un attacco costante a qualunque atteggiamento divergente, una vera e propria militarizzazione della società, un’educazione all’obbedienza cieca, all’individuazione del traditore, del nemico. Un addestramento di massa a scovare il diverso, a sorvegliare l’altro, a interiorizzare la logica del controllo attraverso la bellicizzazione delle menti e della vita quotidiana.
Dopo aver sufficientemente coltivato una logica bellicista con il pretesto del virus, si è passati senza soluzione di continuità alla guerra guerreggiata, stringendo i ranghi intorno a un nuovo nemico. È stato come se un intero corpo sociale, già addestrato a obbedire in silenzio e a puntare il dito, fosse pronto a incanalare la paura e la disciplina verso un altro fronte.
Molti adulti guardano con disprezzo le piccole proteste di alcuni studenti — come chi ha rifiutato l’orale dell’esame di Stato — senza capire davvero come funziona quel meccanismo che giudica e definisce il futuro di un ragazzo.

In pochi sanno che negli ultimi tre anni di liceo si possono ottenere fino a 40 crediti, ma solo mantenendo una media da 9 in su. Qualche 8 o 7, magari un 6, ed ecco che la possibilità di arrivare a 100/100 sfuma, a prescindere da quanto vali come persona, da come cresci o da come affronti l’esame. Alla fine, tutto si riduce a una somma fredda: i crediti degli anni precedenti, i punti delle prove scritte e dell’orale. Il bonus? Solo per chi arriva già vicino alla vetta. E così uno studente brillante, capace di un orale impeccabile, di uno scritto profondo, può ritrovarsi inchiodato a un voto che non racconta nulla della sua intelligenza, ma solo di un calcolo burocratico.
Questo sistema — insieme a tante altre pratiche di controllo — è ciò che Don Milani denunciava quando invitava a ripensare la scuola come luogo di emancipazione, non di selezione. Allo stesso modo, le contestazioni studentesche degli anni Sessanta e Settanta sfidavano proprio questi strumenti di giudizio, smascherandone la funzione disciplinare.
Più recentemente, la pandemia ha reso ancora più evidente quanto la scuola possa diventare un ingranaggio di controllo impersonale. La didattica a distanza, i famigerati banchi a rotelle, l’isolamento forzato hanno mostrato il volto più spersonalizzante dell’istituzione. Migliaia di ragazzi hanno vissuto in solitudine il peso di uno schermo, senza relazioni vere, senza comunità. Il disagio accumulato in quei mesi non è svanito: si è sedimentato in una sfiducia diffusa verso un sistema percepito come freddo, distante, incapace di ascoltare.

Ma non solo: quegli stessi anni hanno mostrato come la società possa rapidamente organizzarsi su logiche militari, imponendo obblighi e restrizioni di massa. L’obbligatorietà vaccinale, per molti percepita come un vero arruolamento sanitario, è stato un banco di prova di una gestione emergenziale che ha accentuato la logica del controllo collettivo, la sorveglianza sui corpi, la penalizzazione del dissenso. Un segnale di quanto la nostra società sia pronta a usare strumenti di disciplina e di esclusione — dentro e fuori le scuole.

A rendere questi segnali di disobbedienza ancora più preziosi è il fatto che oggi viviamo in un tempo in cui la militarizzazione delle relazioni sociali — dalle telecamere di sorveglianza alla propaganda di sicurezza — si fa sempre più pervasiva. In questo clima, perfino un piccolo atto di rifiuto in un’aula scolastica diventa un gesto di coraggio. Sono segni che ci fanno ben sperare: finché ci sarà qualcuno che si alza, che dice “no” a un meccanismo ingiusto, non tutto è perduto.
Queste forme di disobbedienza — sporadiche, fragili — sono preziose. Mostrano che le nuove generazioni — pur non essendo le più istruite di sempre — hanno accesso a una quantità di informazioni senza precedenti. E non accettano più di farsi valutare, misurare, addestrare come numeri su un registro. Non accettano che la conoscenza possa essere separata dalla coscienza, né che la scuola possa far finta di non vedere quello che accade fuori, dal massacro di bambini nelle guerre, alle ingiustizie ignorate e appoggiate dai governi.
Quando uno studente dice “no”, rifiutando un rituale scolastico, compie un gesto profondamente umano. Ci ricorda che l’educazione non è addestramento all’obbedienza, ma esercizio di libertà. E che la scuola, se vuole davvero essere viva, deve insegnare a pensare, non a obbedire.
Prima di giudicare questi ragazzi, forse sarebbe il caso di fare ciò che la scuola, a volte, dimentica di insegnare davvero: informarsi, capire, mettersi in discussione. E magari chiedersi se, in un mondo che si abitua a blindare ogni cosa, non sia proprio la loro timida ribellione a rappresentare una delle cose più umane — e più sane — che abbiamo.
Michele Lobaccaro
Il rituale della guerra
Trovo incredibile — e in un certo senso inquietante — questa crescente tendenza alla simbolizzazione del conflitto tra Iran e Israele. I recenti eventi sembrano infatti andare ben oltre il piano militare e strategico: assistiamo a una ritualizzazione della guerra, una sorta di rappresentazione codificata, in cui ogni attore segue un copione prestabilito.

Colpisce la coreografia degli annunci, degli attacchi e delle reazioni: ogni “colpo” sembra preceduto da cortesi avvertimenti, quasi che l’intenzione non sia realmente distruggere, ma dimostrare qualcosa — un segnale al nemico, una rassicurazione agli alleati, una prova di forza da offrire all’opinione pubblica. L’effetto complessivo è quello di un gioco delle parti, in cui ogni ruolo è ormai talmente interiorizzato da far sembrare la guerra non più una tragedia imprevedibile, ma una liturgia ripetuta: l’offesa, la risposta, la minaccia, la dichiarazione ufficiale.
In questo scenario, la guerra smette di essere solo un confronto materiale e diventa una narrazione, una forma di comunicazione, un sistema simbolico. I missili diventano messaggi, gli attacchi veri e propri “gesti” carichi di significati politici e diplomatici. È come se il conflitto fosse entrato in una dimensione teatrale, in cui il fine non è più solo colpire, ma rappresentare una posizione, un’identità, un’idea di potere.
Paradossalmente avrebbe senso convocare una specie di Olimpiade straordinaria: una competizione globale che funzioni da traslazione simbolica delle tensioni. Un’arena in cui i Paesi possano confrontarsi non con le armi ma con i gesti, le prove di abilità, le sfide atletiche e intellettuali, riconoscendo l’esistenza del conflitto, ma spostandolo su un piano non distruttivo.
Un evento in cui le bandiere continuano a sventolare, gli inni a risuonare e i popoli a confrontarsi — ma per dimostrare forza, resistenza e orgoglio attraverso il simbolo, non il sangue. Forse è utopico, ma nel momento in cui la guerra si svuota di reale intento distruttivo per riempirsi di significati rituali, trasformarla consapevolmente in linguaggio simbolico potrebbe essere l’unica forma moderna di disarmo.
Forse è tempo di prendere sul serio il paradosso: se la guerra si fa simbolo, allora che sia gestita come tale. Non nei cieli con droni e intercettori, ma in campi da gioco, nei consessi internazionali, tra atleti e pensatori. Non perché il conflitto non esista — ma perché la civiltà può ancora decidere come rappresentarlo.
Tony Effe: uno specchietto per le allodole

La censura attuata a Roma verso i cantanti della festa del Capodanno è una arma di distrazione di massa per coprire censure ben più sostanziose.
Una società in stato di minorità (nel senso kantiano del termine) che ha smarrito il proprio spirito critico ed etico, incapace di stabilire autonomamente cosa valga di più e cosa valga di meno, si ritrova costretta a censurare ciò che il buon senso comune, in epoche più normali, avrebbe già di per sé naturalmente evitato o posto ai margini del discorso culturale e artistico. Questo stato di cose ha finito per creare una serie di “finestre di Overton” che stanno aprendo la strada a un ricorso sistematico alla censura, spesso accettata come misura di buon senso e sovente attuata con modalità grossolane che alimentano dibattiti che, in realtà, non meriterebbero tanto clamore.
Il meccanismo si basa su una dinamica perversa che prevede l’introduzione deliberata di un’estetica trash e volutamente bassa, pompata artificialmente sui canali mediatici e nel mercato artistico. Tale estetica, apparentemente venduta come frutto di uno spirito libero e provocatorio, in realtà funge da base giustificatoria per la creazione di strumenti repressivi, presentati come necessari per arginare il degrado culturale.
In una società sprovvista degli anticorpi culturali per discernere il bello dal brutto si genera un terreno fertile per l’adozione di misure repressive che limitano la stessa libertà che si proclama di difendere. Dietro questa dinamica si cela un gioco ben orchestrato: manipolare la morale collettiva attraverso falsi conflitti che non rispondono alle reali esigenze del corpo sociale.
Si introducono, surrettiziamente, nel dibattito pubblico prodotti pseudo-ribelli (come i Maneskin) o icone pseudo-sovvertitrici (come Elodie), progettati per simulare una dialettica che in realtà è artefatta mentre il vero pensiero critico, quello che pone domande profonde e radicali, viene sistematicamente escluso ed espulso dall’orizzonte del visibile. Esso non trova spazio nei principali media e viene relegato ai margini del dibattito pubblico al fine di renderlo innocuo.
La rappresentazione del dibattito intorno alla libertà di espressione, diventa allora una messa in scena controllata, mirata a consolidare l’esistente e a disinnescare il dissenso autentico.
Nell’era della guerra non si possono tollerare punti di vista divergenti ma, allo stesso tempo, succedendo questo nell’ambito di stati basati sul culto dell’ideologia democratica, occorre salvaguardare la parvenza di democraticità pur spogliandola di significato.
Il dibattito sulla censura, a Roma, del cantante con testi orribili ma innocui, viene sovradimensionato per dare poco, o nessun rilievo, a censure più sostanziali che avvengono in contemporanea: mi riferisco ad esempio al minacciato blocco del conto corrente di testate dissenzienti (come Visione TV) e ad atti gravissimi come annullamento delle elezioni democratiche dal risultato non gradito ai potenti (come in Romania).
Inoltre, nell’era dei social media, l’illusione della libertà di espressione si scontra con il controllo iper-centralizzato operato dagli algoritmi. Questi ultimi filtrano i contenuti in funzione di una narrazione utile al sistema, lasciando emergere solo ciò che è funzionale al discorso dominante.
Ciò che è veramente radicale, ciò che potrebbe mettere in discussione lo status quo, viene quindi respinto e disinnescato dall’agorà digitale e mediatica. In questo contesto, la censura non si manifesta solo come proibizione esplicita, ma anche come sottile shadow banning nel quale si applica la selezione sistematica di ciò che deve essere visto e ciò che deve rimanere nascosto.
Il dibattito fittizio sulla libertà di espressione sembra sempre più strutturato per mantenere le persone all’interno di confini strettamente controllati e diretta a far schierare con odio su questioni minori e inoffensive, come il capodanno romano.
Finché le persone non riacquisteranno la capacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro, coltivando il proprio spirito critico ed estetico, sarà necessario riconoscere e affrontare le trappole della manipolazione al fine di recuperare uno spazio autentico di confronto e di pensiero libero.
Quando la memoria ci illude: come continuiamo a giustificare l'indifferenza.
Ho sempre pensato che le varie iniziative legate alle giornate della memoria, alle giornate internazionali dedicate a temi sociali o ai diritti universali, e ad altre manifestazioni di sensibilizzazione, avessero uno scopo preciso e nobile: costruire una grammatica culturale capace di educare le persone a riconoscere e prevenire quei comportamenti sociali che possono sfociare nella discriminazione, nella sopraffazione e, nei casi peggiori, nella violenza e nel conflitto. Queste iniziative avrebbero dovuto essere strumenti di riflessione collettiva, capaci di rafforzare un'alfabetizzazione etica e storica per leggere il presente alla luce delle esperienze del passato. L'idea era che, grazie a queste pratiche, si potesse sviluppare una consapevolezza critica, capace di attribuire il giusto nome agli eventi che accadono oggi, di condannarli e, idealmente, di prevenirli.
Tuttavia, devo constatare con amarezza che tutto questo non è bastato. Nonostante gli sforzi, continuiamo a cadere nella trappola delle mille giustificazioni che alimentano la deumanizzazione dell'altro, un presupposto necessario per accettare politiche di separazione, esclusione e annientamento. Questa tendenza è allarmante e si manifesta in diverse forme: dall'accettazione di politiche discriminatorie a livello locale, fino alla legittimazione tacita di orrori su scala globale. Il processo che porta a tali dinamiche è sempre lo stesso: si comincia con la costruzione di narrazioni che riducono l'altro a un'entità astratta, priva di umanità, e si prosegue con la normalizzazione di pratiche che perpetuano l'ingiustizia e la violenza.
Un esempio è il modo in cui molte persone, a partire dal 2020, hanno accettato senza troppi interrogativi situazioni apertamente discriminatorie, come il green pass, che ha introdotto una forma di separazione all'interno della stessa società, quasi una sorta di apartheid contemporaneo. Si è trattato di un passaggio che avrebbe dovuto farci riflettere profondamente sulla natura delle nostre scelte e delle nostre azioni, eppure è stato perlopiù vissuto come una misura necessaria, se non addirittura inevitabile.
E oggi, mentre assistiamo in diretta a tragedie di portata immensa, come la pulizia etnica in atto in Medio Oriente, ci rendiamo conto che la stessa dinamica di giustificazione e deumanizzazione è ancora viva. Le immagini e le notizie di violenza sistematica, di vite distrutte e di diritti calpestati sembrano scivolare addosso a molti, neutralizzate da un senso di impotenza o, peggio, da una narrazione che legittima tali azioni in nome di ragioni geopolitiche o ideologiche.
Questo mi porta a chiedermi se le strade seguite finora per migliorare la coscienza umana non siano in realtà inadeguate. Forse, le ritualità a cui ci siamo aggrappati sono ormai vuote, incapaci di stimolare un vero cambiamento. Spesso, queste celebrazioni sembrano servire più a tranquillizzare le coscienze che a risvegliarle: diventano un modo per sentirsi dalla parte giusta della storia, occupandosi delle tragedie passate, mentre si rimane ciechi di fronte a quelle attuali.
A cosa servono, dunque, cerimonie che si sono svuotate della loro carica trasformativa? Se non siamo in grado di collegare le lezioni del passato alle realtà del presente, il rischio è che queste pratiche diventino semplici esercizi di autocompiacimento, utili solo a mascherare la nostra indifferenza o la nostra incapacità di agire. Dobbiamo chiederci se stiamo davvero coltivando una coscienza critica, o se invece stiamo addormentando le nostre responsabilità.
Sarebbe fondamentale riportare al centro delle nostre iniziative il concetto di empatia. Solo sviluppando una capacità autentica di metterci nei panni degli altri, possiamo sperare di contrastare la deumanizzazione e costruire una società più giusta. Questo richiede un impegno costante e collettivo, che vada oltre le cerimonie e le dichiarazioni formali.
Infine, dobbiamo riconoscere che la responsabilità non può essere delegata interamente a istituzioni o organizzazioni: ogni individuo è chiamato a svolgere un ruolo attivo nel processo di costruzione di una coscienza collettiva più evoluta. Le tragedie del passato non sono un monito astratto, ma una chiamata all'azione concreta, qui e ora. Se non sappiamo rispondere a questa chiamata, diventa vano il sacrificio di chi è stato vittima delle ingiustizie che oggi commemoriamo.

Nelle crepe del presente: le ali.
L’epoca del covid, con tutto quello che ha implicato (lockdown, obblighi di tutti i tipi, greenpass, etc…) ha segnato una militarizzazione delle nostre vite e delle nostre società. E’ stato un preludio alla espansione, nel tessuto collettivo, del sistema della guerra. In questo senso il virus era un nemico da combattere con una mobilitazione patriottica mettendo simbolicamente a capo un generale. Chi non si adeguava e non obbediva ciecamente alle prescrizioni o solo le metteva in dubbio ragionevolmente, veniva bollato come un reietto della società che meritava di essere legalmente discriminato, fosse egli uno qualunque o perfino uno stimato, fino ad allora, premio Nobel. Si sono sperimentati con successo epiteti ed etichette usate come armi per spegnere il dissenso: tutte tecniche retoriche di controllo tornate utili negli anni successivi.

Infatti si trattava solo di un preludio per tutto quello che sarebbe seguito dopo (dal 24 febbraio 2022) : l’irruzione della guerra guerreggiata nelle nostre vite, una economia di guerra con l’aumento dei costi dell’energia e dell’inflazione, il pericolo concreto del conflitto atomico in Europa e la normalizzazione della logica di sterminio contro un’intera popolazione.
Il covid ha marcato una discontinuità nella quale le classi dirigenti dell’occidente hanno svelato la sostanziale ipocrisia celata dietro a valori che sono stati sistematicamente distrutti nella loro credibilità: gli ossimori della scienza usata come dogma per sorvegliare e punire, il riarmo come strumento di pace, il genocidio come pratica legittimata in nome del diritto di difesa e così via.
Tutto questo, da una parte minoritaria ma sempre più significativa dell’umanità, è vissuto come un ambiente irritante e insopportabile che spinge all’espulsione. E' come se ci si trovasse in un corpo morto in stato di putrefazione, è come se fosse il bozzolo sericeo di una crisalide che diventa man mano inospitale e costringe il bruco, ormai trasformato in farfalla, ad uscire per prendere il volo.
I tempi e i modi con cui ogni singolo vive questo processo e percepisce questo senso di inadeguatezza sono diversi, ma è come se vari eventi epocali stiano contribuendo a creare questo movimento dal quale non si può tornare indietro.
Occorre frequentare luoghi più elevati che permettano di osservare questo mondo in disfacimento con prospettive più ampie altrimenti si rimane in basso con orizzonti troppo angusti che ci precipitano nella depressione e nella paura.
Cercheremo di avere tanta fiducia e costanza raccogliendo le piume, che ogni tanto perdono gli stormi di passaggio sul nostro labirinto all’aperto, e per crearci un paio d’ali per provare a volare sulle correnti, oggi sempre più impetuose, della storia. (M.L.)