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ULTIMA CHIAMATA PER GLI INTELLETTUALI OCCIDENTALI

27.08.2025

Siamo chiamati, come occidentali, a conoscere e studiare le altre culture per uscire dalle categorie sclerotizzate dell’autoreferenzialità culturale in modo da aprirci ad un mondo dove, solo se si esce dalla ubriacatura da élite colonizzatrice in decadenza, sarà possibile essere parte propositiva di una umanità che sta crescendo nonostante il vecchio, violento e ottuso occidente.

La critica all’eurocentrismo e al suprematismo positivista, sviluppata nel Novecento da filosofi, storici, sociologi e movimenti popolari, sembrava aver trovato un punto di svolta con la fine della Guerra Fredda ma è naufragata sotto i colpi della propaganda neoliberale.

L’illusoria “vittoria dell’Occidente” sull’Unione Sovietica ha prodotto un effetto opposto: gli Stati Uniti, con l’Europa al seguito, hanno rilanciato un progetto di dominio unipolare, imponendo il proprio modello attraverso guerre e interventi militari in Iraq, Jugoslavia, Afghanistan e oltre. Le classi politiche e intellettuali hanno fatto un balzo indietro di un secolo riproponendo acriticamente l’ottusità del positivismo di fine ottocento e buttando a mare 90 anni di raffinata critica da E. Husserl alla Scuola di Francoforte, da Claude Lévi-Strauss a Frantz Fanon, Edward W. Said, etc…

Quello che era stato un fertile sguardo critico si è allora rovesciato, e molti intellettuali hanno finito per abbracciare la visione eurocentrica, suprematista e colonialista che voleva la storia universale convergere inevitabilmente nel modello occidentale. Ma la storia ha altre strade: oggi, con la forza della necessità storica, sta emergendo un mondo multipolare, che le élite occidentali faticano ad accettare, perché significa perdere egemonia economica, militare e culturale.

Il primo segnale di questa crisi è il naufragio dell’intero castello ideologico dei “valori occidentali”, sempre più percepiti come ipocriti e contraddittori dall’80% del mondo. Non solo i paesi ex-colonizzati, ma anche le stesse masse interne alle società europee e americane colgono sulla propria pelle la mendacità di una propaganda che si scontra con crisi economiche, sociali e ambientali senza precedenti.

La violenza e la militarizzazione dell’economia, delle società, il ricorso continuo allo stato di eccezione delle cosiddette democrazie sono il segno evidente di questa incapacità di imporre con la persuasione il proprio modello di civiltà, con il conseguente crollo di credibilità delle classi dirigenti le quali sembrano oramai sull’orlo di una débâcle assoluta, sullo stile nobiltà francese nel 1789.

In questo contesto, l’esperienza dei Radiodervish si è data il compito di anticipare e incarnare la necessità di una ridefinizione culturale globale. Con i “laboratori-canzone”, a partire dagli anni Novanta, ha esplorato i territori dell’incontro tra culture, linguaggi e religioni, offrendo uno spazio in cui la musica diventava non solo arte, ma anche ricerca filosofica e dialogo interiore.

Se in quella stagione il tutto si collocava sullo sfondo dei flussi migratori e sulla globalizzazione vincente, oggi, con la fine della globalizzazione, il compito diventa più radicale: ripensare la percezione che le diverse culture hanno di se stesse.

È caduta la narrazione universalistica secondo cui tutta la storia delle civiltà sarebbe destinata a confluire sotto un unico modello occidentale, e che il progresso civile consista nell’abbandonare parti della propria cultura per uniformarsi al vincitore.

Al contrario, oggi siamo chiamati a elaborare un dialogo tra mondi che riconosca la pluralità delle culture senza gerarchie, senza vergogna e senza le pratiche distruttive della “cancel-culture”. La vergogna, infatti, è sempre un effetto collaterale della manipolazione colonialista.

Il dialogo autentico non deve cancellare le identità per dissolverle in una melassa indistinta e globalista, ma deve valorizzare le differenze, nel rispetto reciproco, nell’arricchimento vicendevole senza ridursi all’uguaglianza forzata.

I Radiodervish hanno cercato, con la loro musica — nata nell’intreccio Mediterraneo — di incarnare un pluralismo armonico. Non una fusione che annulla, ma una contaminazione che fa crescere, un laboratorio vivente di quello che potrebbe diventare il nuovo paradigma culturale: un mondo multipolare fondato sulla compresenza di voci diverse, capaci di dialogare senza annullarsi.

Un mondo multipolare non è un’utopia astratta: è già la realtà che bussa alla porta. Sta a noi scegliere se viverla come una minaccia o come un’occasione per costruire legami nuovi, capaci di farci crescere insieme senza per forza dover diventare tutti uguali e senza radici.

In questo orizzonte si inserisce e acquista forza l’appello agli intellettuali occidentali: ritrovare la capacità critica smarrita, riallacciarsi a quella tradizione filosofica e culturale che ha saputo mettere in discussione l’eurocentrismo, il razzismo e il positivismo cieco, e aprirsi a un autentico dialogo con l’umanità plurale che abita il pianeta. Senza questo passo, l’Occidente rischia di scivolare definitivamente nell’irrilevanza, mentre il resto del mondo costruisce nuove mappe di senso e di convivenza.

È tempo, inoltre, di uscire dalle secche della propaganda che ci ha visti per decenni preda delle parole d’ordine del pensiero unico dell’Unione Europea, di una narrazione accolta con spirito acritico da intellettuali, giornalisti e politici — tranne rarissime eccezioni. Proprio questa pigrizia intellettuale ci ha condotto verso l’attuale fine ingloriosa dell’Europa, che appare oggi inadeguata, nelle sue classi dirigenti, a formulare qualsiasi azione diversa da una sterile coazione a ripetere, nel disperato tentativo di preservare un mondo che sta crollando. E proprio per questo si avverte la carenza drammatica di letture nuove, capaci di generare scelte all’altezza della situazione.

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