Quando la memoria ci illude: come continuiamo a giustificare l'indifferenza.
Ho sempre pensato che le varie iniziative legate alle giornate della memoria, alle giornate internazionali dedicate a temi sociali o ai diritti universali, e ad altre manifestazioni di sensibilizzazione, avessero uno scopo preciso e nobile: costruire una grammatica culturale capace di educare le persone a riconoscere e prevenire quei comportamenti sociali che possono sfociare nella discriminazione, nella sopraffazione e, nei casi peggiori, nella violenza e nel conflitto. Queste iniziative avrebbero dovuto essere strumenti di riflessione collettiva, capaci di rafforzare un'alfabetizzazione etica e storica per leggere il presente alla luce delle esperienze del passato. L'idea era che, grazie a queste pratiche, si potesse sviluppare una consapevolezza critica, capace di attribuire il giusto nome agli eventi che accadono oggi, di condannarli e, idealmente, di prevenirli.
Tuttavia, devo constatare con amarezza che tutto questo non è bastato. Nonostante gli sforzi, continuiamo a cadere nella trappola delle mille giustificazioni che alimentano la deumanizzazione dell'altro, un presupposto necessario per accettare politiche di separazione, esclusione e annientamento. Questa tendenza è allarmante e si manifesta in diverse forme: dall'accettazione di politiche discriminatorie a livello locale, fino alla legittimazione tacita di orrori su scala globale. Il processo che porta a tali dinamiche è sempre lo stesso: si comincia con la costruzione di narrazioni che riducono l'altro a un'entità astratta, priva di umanità, e si prosegue con la normalizzazione di pratiche che perpetuano l'ingiustizia e la violenza.
Un esempio è il modo in cui molte persone, a partire dal 2020, hanno accettato senza troppi interrogativi situazioni apertamente discriminatorie, come il green pass, che ha introdotto una forma di separazione all'interno della stessa società, quasi una sorta di apartheid contemporaneo. Si è trattato di un passaggio che avrebbe dovuto farci riflettere profondamente sulla natura delle nostre scelte e delle nostre azioni, eppure è stato perlopiù vissuto come una misura necessaria, se non addirittura inevitabile.
E oggi, mentre assistiamo in diretta a tragedie di portata immensa, come la pulizia etnica in atto in Medio Oriente, ci rendiamo conto che la stessa dinamica di giustificazione e deumanizzazione è ancora viva. Le immagini e le notizie di violenza sistematica, di vite distrutte e di diritti calpestati sembrano scivolare addosso a molti, neutralizzate da un senso di impotenza o, peggio, da una narrazione che legittima tali azioni in nome di ragioni geopolitiche o ideologiche.
Questo mi porta a chiedermi se le strade seguite finora per migliorare la coscienza umana non siano in realtà inadeguate. Forse, le ritualità a cui ci siamo aggrappati sono ormai vuote, incapaci di stimolare un vero cambiamento. Spesso, queste celebrazioni sembrano servire più a tranquillizzare le coscienze che a risvegliarle: diventano un modo per sentirsi dalla parte giusta della storia, occupandosi delle tragedie passate, mentre si rimane ciechi di fronte a quelle attuali.
A cosa servono, dunque, cerimonie che si sono svuotate della loro carica trasformativa? Se non siamo in grado di collegare le lezioni del passato alle realtà del presente, il rischio è che queste pratiche diventino semplici esercizi di autocompiacimento, utili solo a mascherare la nostra indifferenza o la nostra incapacità di agire. Dobbiamo chiederci se stiamo davvero coltivando una coscienza critica, o se invece stiamo addormentando le nostre responsabilità.
Sarebbe fondamentale riportare al centro delle nostre iniziative il concetto di empatia. Solo sviluppando una capacità autentica di metterci nei panni degli altri, possiamo sperare di contrastare la deumanizzazione e costruire una società più giusta. Questo richiede un impegno costante e collettivo, che vada oltre le cerimonie e le dichiarazioni formali.
Infine, dobbiamo riconoscere che la responsabilità non può essere delegata interamente a istituzioni o organizzazioni: ogni individuo è chiamato a svolgere un ruolo attivo nel processo di costruzione di una coscienza collettiva più evoluta. Le tragedie del passato non sono un monito astratto, ma una chiamata all'azione concreta, qui e ora. Se non sappiamo rispondere a questa chiamata, diventa vano il sacrificio di chi è stato vittima delle ingiustizie che oggi commemoriamo.
