0
0,00  0 prodotti

Nessun prodotto nel carrello.

“L’ULTIMA LEZIONE: IMPARARE A DISOBBEDIRE”

12.07.2025

Dalla scuola di Barbiana alla DAD, dalla pandemia alla guerra: perché dietro un semplice rifiuto di uno studente si nasconde la difesa più umana contro la società del conformismo.

Fin dalla sua istituzione come sistema obbligatorio, la scuola non è mai stata solo un luogo di trasmissione di saperi. È un laboratorio sociale, un campo di prova per innovazioni, ma anche uno dei più potenti strumenti di controllo e conformismo. È un luogo in cui si specchiano, e spesso si esasperano, tutte le contraddizioni della società.

Don Lorenzo Milani, con la scuola di Barbiana, provò a scardinare tutto questo. Denunciò una scuola classista, autoritaria, incapace di emancipare davvero chi partiva svantaggiato. I movimenti studenteschi degli anni Sessanta e Settanta raccolsero quella tensione: rifiutarono di restare spettatori passivi, misero in discussione voti, esami, gerarchie, rivelando la scuola per ciò che spesso è — un dispositivo di selezione e disciplinamento, più che di liberazione.

Non è un caso che Michel Foucault, uno dei più lucidi interpreti del potere moderno, parlasse della scuola come di un’istituzione totale, un dispositivo di sorveglianza e normalizzazione simile, per logica, a ospedali psichiatrici e carceri. La disciplina si esercita con regole visibili e invisibili: l’orario, la disposizione dei banchi, i voti, le interrogazioni. Non sono solo strumenti didattici: sono ingranaggi di un meccanismo che addestra alla docilità, misura, classifica, esclude.

E oggi?

Più volte negli ultimi anni ho visto realizzarsi quello che si era palesato come un prodromo negli anni della pandemia. Dei meccanismi che mi sono presto sembrati chiari: un attacco costante a qualunque atteggiamento divergente, una vera e propria militarizzazione della società, un’educazione all’obbedienza cieca, all’individuazione del traditore, del nemico. Un addestramento di massa a scovare il diverso, a sorvegliare l’altro, a interiorizzare la logica del controllo attraverso la bellicizzazione delle menti e della vita quotidiana.

Dopo aver sufficientemente coltivato una logica bellicista con il pretesto del virus, si è passati senza soluzione di continuità alla guerra guerreggiata, stringendo i ranghi intorno a un nuovo nemico. È stato come se un intero corpo sociale, già addestrato a obbedire in silenzio e a puntare il dito, fosse pronto a incanalare la paura e la disciplina verso un altro fronte.

Molti adulti guardano con disprezzo le piccole proteste di alcuni studenti — come chi ha rifiutato l’orale dell’esame di Stato — senza capire davvero come funziona quel meccanismo che giudica e definisce il futuro di un ragazzo.

In pochi sanno che negli ultimi tre anni di liceo si possono ottenere fino a 40 crediti, ma solo mantenendo una media da 9 in su. Qualche 8 o 7, magari un 6, ed ecco che la possibilità di arrivare a 100/100 sfuma, a prescindere da quanto vali come persona, da come cresci o da come affronti l’esame. Alla fine, tutto si riduce a una somma fredda: i crediti degli anni precedenti, i punti delle prove scritte e dell’orale. Il bonus? Solo per chi arriva già vicino alla vetta. E così uno studente brillante, capace di un orale impeccabile, di uno scritto profondo, può ritrovarsi inchiodato a un voto che non racconta nulla della sua intelligenza, ma solo di un calcolo burocratico.

Questo sistema — insieme a tante altre pratiche di controllo — è ciò che Don Milani denunciava quando invitava a ripensare la scuola come luogo di emancipazione, non di selezione. Allo stesso modo, le contestazioni studentesche degli anni Sessanta e Settanta sfidavano proprio questi strumenti di giudizio, smascherandone la funzione disciplinare.

Più recentemente, la pandemia ha reso ancora più evidente quanto la scuola possa diventare un ingranaggio di controllo impersonale. La didattica a distanza, i famigerati banchi a rotelle, l’isolamento forzato hanno mostrato il volto più spersonalizzante dell’istituzione. Migliaia di ragazzi hanno vissuto in solitudine il peso di uno schermo, senza relazioni vere, senza comunità. Il disagio accumulato in quei mesi non è svanito: si è sedimentato in una sfiducia diffusa verso un sistema percepito come freddo, distante, incapace di ascoltare.

Ma non solo: quegli stessi anni hanno mostrato come la società possa rapidamente organizzarsi su logiche militari, imponendo obblighi e restrizioni di massa. L’obbligatorietà vaccinale, per molti percepita come un vero arruolamento sanitario, è stato un banco di prova di una gestione emergenziale che ha accentuato la logica del controllo collettivo, la sorveglianza sui corpi, la penalizzazione del dissenso. Un segnale di quanto la nostra società sia pronta a usare strumenti di disciplina e di esclusione — dentro e fuori le scuole.

A rendere questi segnali di disobbedienza ancora più preziosi è il fatto che oggi viviamo in un tempo in cui la militarizzazione delle relazioni sociali — dalle telecamere di sorveglianza alla propaganda di sicurezza — si fa sempre più pervasiva. In questo clima, perfino un piccolo atto di rifiuto in un’aula scolastica diventa un gesto di coraggio. Sono segni che ci fanno ben sperare: finché ci sarà qualcuno che si alza, che dice “no” a un meccanismo ingiusto, non tutto è perduto.

Queste forme di disobbedienza — sporadiche, fragili — sono preziose. Mostrano che le nuove generazioni — pur non essendo le più istruite di sempre — hanno accesso a una quantità di informazioni senza precedenti. E non accettano più di farsi valutare, misurare, addestrare come numeri su un registro. Non accettano che la conoscenza possa essere separata dalla coscienza, né che la scuola possa far finta di non vedere quello che accade fuori, dal massacro di bambini nelle guerre, alle ingiustizie ignorate e appoggiate dai governi.

Quando uno studente dice “no”, rifiutando un rituale scolastico, compie un gesto profondamente umano. Ci ricorda che l’educazione non è addestramento all’obbedienza, ma esercizio di libertà. E che la scuola, se vuole davvero essere viva, deve insegnare a pensare, non a obbedire.

Prima di giudicare questi ragazzi, forse sarebbe il caso di fare ciò che la scuola, a volte, dimentica di insegnare davvero: informarsi, capire, mettersi in discussione. E magari chiedersi se, in un mondo che si abitua a blindare ogni cosa, non sia proprio la loro timida ribellione a rappresentare una delle cose più umane — e più sane — che abbiamo.

Michele Lobaccaro

Ultime news

27.04.2024
Ensemble Viator
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram