BARCHE CONTRO IL GENOCIDIO: LA SFIDA FRAGILE DI GAZA
L’iniziativa internazionale della Global Sumud Flottilla racchiude in sé, allo stesso tempo, elementi di straordinaria generosità e forza simbolica, ma anche zone incerte e limiti che lasciano aperti scenari imprevedibili.

Da un lato, la Flottilla rappresenta un gesto di coraggio civile e di resistenza nonviolenta: salpare con piccole barche per rompere l’assedio a Gaza significa esporsi a pericoli reali e concreti, ma anche affermare con chiarezza il diritto universale alla libertà di movimento e alla solidarietà internazionale. Il nome stesso, Sumud (“resilienza”, “perseveranza”), richiama quella forza silenziosa e ostinata che il popolo palestinese incarna da decenni. È dunque un’azione che commuove, che suscita rispetto, che appare come un atto puro di coscienza.
Dall’altro lato, però, emergono con evidenza i limiti. Per molti osservatori, la Flottilla è un gesto più simbolico che realmente efficace: un’iniziativa capace di attirare l’attenzione mediatica per qualche giorno, ma che rischia di esaurirsi nel racconto di un’avventura senza riuscire a incidere in profondità sulla realtà. Alcuni la leggono come una ripetizione rituale, che non riesce a scalfire i meccanismi politici e militari che sostengono l’assedio. Altri ancora vi scorgono la fragilità di un movimento internazionale generoso ma episodico, capace di mobilitarsi con coraggio, ma senza quella continuità organizzativa necessaria a costruire strategie incisive.
A questo si aggiunge un rischio più sottile: il carattere implicitamente "etnocentrico" dell’impresa. La narrazione della Flottilla tende spesso a ruotare attorno all’eroismo degli attivisti occidentali che sfidano il mare, come se la loro azione fosse la vera novità morale, mentre la quotidiana resistenza dei palestinesi, quel Sumud che dura da decenni, rimane sullo sfondo. Questo squilibrio rischia di trasformare un atto di solidarietà in una sorta di gesto salvifico che alimenta più l’immaginario politico occidentale – il bisogno di “fare qualcosa”, di sentirsi parte di una battaglia giusta – che la realtà concreta di Gaza. Questo, in qualche misura, rappresenta il lato donchisciottesco dell’impresa: generoso, commovente, ma segnato dall’ambiguità di chi proietta sul Mediterraneo il proprio desiderio di riscatto.
Da qui nasce il sentimento contraddittorio: tra l’ammirazione per il coraggio di pochi che sfidano l’assedio e la percezione che la sproporzione tra gesto e risultato lasci un retrogusto amaro. La Sumud Flottilla appare al tempo stesso speranza e limite, luce e fragilità: un atto che commuove proprio perché non è mai abbastanza, ma che continua a mantenere viva la memoria del dovere di resistere.

Eppure, alcuni dati ci mostrano la rilevanza dell’iniziativa:
- Se anche solo una barca riuscisse a raggiungere la spiaggia di Gaza, significherebbe che l’assedio israeliano non è impenetrabile: o perché l’esercito non è riuscito a fermarla, o perché ha scelto di lasciarla passare. In entrambi i casi, il gesto potrebbe incoraggiare nuove azioni nonviolente di massa.
- È probabile che, proprio per questo, l’IDF faccia di tutto per bloccare la Flottilla. Ma ciò comporterebbe rischi gravissimi: affondare imbarcazioni civili, arrestare manifestanti, o addirittura, come nel 2010, ucciderli sotto gli occhi del mondo. Certo, Israele potrebbe ricorrere alla giustificazione dell’“incidente tecnico”. Tuttavia, vista la forte copertura mediatica, le conseguenze danneggerebbero ulteriormente la sua immagine internazionale, già ridotta giustamente ai minimi termini.
La Flottilla, dunque, possiede un indubbio pregio: quello di mettere potenzialmente in difficoltà il governo israeliano sul piano della rappresentazione pubblica. Ma può bastare? Evidentemente no. Le condizioni della popolazione di Gaza sono talmente disumane, e la violenza dell’occupazione talmente pervicace e cieca, che ogni azione che non si configuri come una reale forza capace di fermare il sopruso e l'ingiustizia appare impotente.
In questo scenario, va ricordata un’altra forma di aiuto, complementare e non alternativa alla Flottilla: l’iniziativa "Apocalisse Gaza" di Michelangelo Severgnini, che attraverso una campagna di raccolta fondi ha già raccolto oltre 70.000 euro da destinare direttamente agli abitanti di Gaza. Il denaro, inviato in forma immediata e diretta, serve a permettere alle famiglie di acquistare cibo e beni essenziali al mercato nero, unico canale possibile in una condizione di assedio totale. Si tratta di un gesto meno spettacolare, lontano dalla potenza simbolica delle barche che sfidano il mare, ma capace di incidere in modo tangibile sulla sopravvivenza quotidiana delle persone.
Due azioni diverse, ma che unite raccontano la necessità di coniugare simbolo e immediatezza: il coraggio del gesto pubblico e la silenziosa efficacia dell’aiuto diretto.
Così, l’impresa della Flottilia assume in sé una duplice fisionomia: da un lato, azione nonviolenta che, grazie agli appoggi internazionali e alle aspettative sollevate, potrebbe smuovere l’ignavia e la complicità criminale dei governi; dall’altro, gesto nobile nelle intenzioni ma insufficiente nella sostanza.
Resta, tuttavia, un fatto importante che da speranza: 40.000 persone radunate a Genova, a tante altre in altri porti del mediterraneo, per salutare la partenza dei partecipanti alla Flottilla. Un numero che racconta come su questo gesto siano state riversate speranze, rabbia, senso di colpa e desiderio di riscatto che attraversano i popoli, sempre più distanti dall’ipocrisia delle proprie classi dirigenti.

Azzardo infine tre scenari possibili:
a) Un successo, anche parziale, che porti simbolicamente aiuti sulla spiaggia di Gaza, alleviando il senso di impotenza e dando energia a nuove iniziative.
b) Un fallimento con intervento violento dell’esercito israeliano, che metterebbe ulteriormente in imbarazzo le cancellerie occidentali davanti alle loro opinioni pubbliche.
c) L’arresto degli attivisti che formano gli equipaggi e la loro traduzione nelle carceri israeliane già ricolme di palestinesi di ogni età, cosa che potrebbe innescare ulteriori movimenti di protesta nella società civile mondiale volti a rivendicare la loro liberazione. Penso ad esempio al blocco del porto di Genova minacciato dai camalli nel caso in cui la Flottilla venisse bloccata da Israele.
In tutti i casi, la Flottilla resta sospesa tra luce e ombra, generosità, coraggio, e impotenza. Ma proprio questa tensione ne fa, a mio avviso, uno dei gesti più densi e commoventi del nostro tempo.
Buon Vento!
ML