QUANDO L’INTELLETTUALE TACE: IL LIMITE DELLO SGUARDO ISRAELIANO
Gli intellettuali autentici dovrebbero vedere le cose molto prima degli altri e dare una prospettiva ampia. Mi spiace signor Grossman lei non lo ha fatto…

La recente presa di posizione di David Grossman, che finalmente si è spinto fino a riconoscere che il termine genocidio è ormai inevitabilmente associato all’operato di Israele a Gaza, solleva più interrogativi che apprezzamenti. La sua dichiarazione non segna tanto un atto di coraggio quanto un tentativo di salvare ciò che resta di un’immagine morale – quella personale e, più in generale, quella dell’intellettuale israeliano “etico” – profondamente logorata. Non si tratta dunque di un’uscita limpida e solidale, ma di una dichiarazione viziata da un atteggiamento autoreferenziale e difensivo.
Grossman, come altri esponenti di quella che fu una coscienza critica interna a Israele, sembra più colpito dal fatto che il nome del proprio Paese venga ormai comunemente accostato alla parola genocidio, piuttosto che dai corpi straziati, dalle madri disperate, dalle città ridotte in macerie e dal popolo palestinese privato di ogni diritto. La sua principale preoccupazione sembra essere la reputazione di Israele e quella degli israeliani “perbene”, non la sorte delle vittime. Questo tradisce un’impostazione profondamente egocentrica: il dolore dell’altro è filtrato, se non annullato, dalla ferita dell’immagine che Israele dà di sé al mondo.
Un vero intellettuale, tuttavia, non può permettersi una simile riduzione dello sguardo. Non può, soprattutto, fare appello alla storia solo quando serve a proteggere una narrazione nazionale. L’intellettuale è chiamato a dare profondità storica ai fenomeni, a situarli in un contesto ampio, a restituire la complessità delle vicende, anche – e soprattutto – quando questa complessità mette in crisi la propria identità collettiva. In questo senso, Grossman tradisce proprio il mandato dell’intellettuale. Non affronta la radice coloniale del progetto sionista, non riflette davvero sulle conseguenze strutturali dell’occupazione, della segregazione, dell’espulsione. Non dice la verità intera.
Ma c’è di più. Nella sua narrativa, persiste uno dei tratti più stantii e tossici del discorso coloniale: la presunzione che i palestinesi, da soli, non siano capaci di rendere la loro terra un luogo fiorente. Grossman, come altri autori israeliani anche “di sinistra”, continua a reiterare – anche in modo implicito – l’idea che solo Israele abbia saputo portare modernità, sviluppo, civiltà. È il vecchio stereotipo colonialista della “terra deserta” che fiorisce solo sotto la guida illuminata dell’occupante. È un’idea che, oltre ad essere storicamente falsa, è eticamente insostenibile. Dopo decenni di dominio, di esproprio, di assedio, pretendere che un popolo strangolato dall’occupazione non sia “stato in grado” di costruire un paese fiorente è una forma di violenza simbolica e di rimozione delle responsabilità.
Sotto foto del confezionamento delle arance di Jaffa (prima del 1948)

Questi stereotipi non sono solo logori: sono insopportabili. Eppure, Grossman li ripropone, magari in modo sfumato, come se fossero ancora parte di un discorso legittimo. In realtà, essi servono soltanto a mantenere in piedi la narrazione autoassolutoria che permette a troppi israeliani “critici” di sentirsi superiori e dispiaciuti – ma mai veramente complici, e quindi mai veramente responsabili.
Oggi, la cosiddetta “sinistra sionista”, di cui Grossman è esponente emblematico, appare del tutto svuotata. È incapace di articolare una critica radicale e coerente. Vive in uno stato di dissonanza cognitiva: denuncia gli eccessi, ma si aggrappa alla legittimità del progetto che li ha resi possibili. Parla di giustizia, ma senza mai mettere davvero in discussione i fondamenti di un sistema che rende la giustizia irraggiungibile. In questo senso, gli intellettuali israeliani come Grossman non sono più convincenti. Le loro parole sembrano frammenti stanchi di un discorso ormai superato, incapace di fare i conti con la realtà brutale di una guerra d’annientamento che non è un incidente, ma lo sbocco naturale di un lungo processo storico.
In definitiva, ciò che manca nella presa di posizione di Grossman non è il tempismo, ma la profondità. Non basta più “essere dispiaciuti” per come Israele viene percepito. Occorre finalmente guardare in faccia ciò che Israele è diventato. E forse anche ciò che è sempre stato.