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Dagli sputi alle bombe contro i cristiani: ecco dove si arriva se ci si ostina a non voler vedere il genocidio.

17.07.2025

Questa notte è stata bombardata la chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, uno degli ultimi luoghi di rifugio per civili cristiani e musulmani. Lì si erano radunate famiglie, anziani, bambini, sotto l’unico tetto che ancora sembrava inviolabile. Colpire una chiesa non è solo un crimine di guerra: è il simbolo di una disintegrazione morale che ci riguarda tutti.
Quello che colpisce è vedere l’indignazione tardiva di molti, compreso il governo italiano, che si è finalmente accorto dell’orrore — ma solo perché è stata colpita una chiesa. Due anni di bombardamenti, assedi, ospedali rasi al suolo, giornalisti uccisi, civili trattati come bersagli mobili… eppure nulla, nessuna protesta ufficiale, nessuna rottura del silenzio istituzionale. Come se la vita palestinese non meritasse la stessa compassione. Come se il diritto internazionale fosse valido solo quando colpisce un simbolo “nostro”. E' sempre più urgente cambiare postura, alzarsi dalla comoda poltrona dalla quale scorgiamo da due anni il genocidio per rovesciarla e guardare come tutto questo rende scomoda e precaria la nostra stessa esistenza.

Mi torna in mente tutto quello che ho visto in Palestina con i miei occhi. Non per “sentito dire”, ma vissuto. Quando con i Radiodervish andavamo a suonare in Israele e nei Territori occupati, c’erano momenti pieni di imbarazzo e dolore. Ricordo quando accompagnavamo Nabil a cercare la casa dei suoi genitori a Giaffa, da cui erano stati cacciati con violenza nel 1948 diventando profughi in Libano. Ci aiutavano degli amici israeliani, sensibili, colti, pieni di buone intenzioni. Ma non trovavamo la casa. Era stata cancellata dal piano urbanistico, rimpiazzata da nuovi edifici, nuovi nomi, nuovi alberi. Una cancellazione materiale e simbolica. Una pulizia della memoria. Quel vuoto urbanistico ci restituiva in pieno il rovescio della realtà: l’ingiustizia radicata che resiste a ogni retorica pacificatrice. tutto raso al suolo per riscrivere la narrazione e far sì che nessuno potesse più dire: “questa è casa mia”.
Era una pulizia della memoria, materiale e simbolica. E quel vuoto ci restituiva tutta l’irrimediabilità dell’ingiustizia. Lì si percepiva chiaramente: nessuna riconciliazione è possibile finché non si riconosce il dolore dell’altro.

Nel 2010 organizzammo a Gerusalemme il festival “Tre Volte Dio”, un progetto di dialogo interreligioso dedicato alle tradizioni monoteiste. Eravamo ospitati in un collegio cattolico, da sempre bersaglio di pressioni israeliane: continui tentativi di esautorarlo, ridurlo, soffocarlo con cavilli, permessi negati, pressioni quotidiane. Un vero e proprio mobbing istituzionale per farlo cedere e abbandonare il campo. Un pezzo di cristianesimo arabo che resisteva, stretto tra le logiche espansioniste e il silenzio dei governi occidentali.

Tutto questo si collega, oggi più che mai, alla natura profonda del conflitto. La genesi di Israele è complessa, ambigua, segnata da molteplici tensioni. Un progetto nato all’incrocio tra il trauma europeo dell’Olocausto, la strategia geopolitica delle potenze occidentali e un’idea messianica della terra promessa che, nel tempo, si è rivelato un fanatismo religioso etnico delirante.

A partire dagli anni ’70 e ’80, Israele ha attivamente favorito l’ascesa del fondamentalismo islamico nei Territori, proprio per indebolire il fronte laico e progressista dell’OLP. È una delle tante contraddizioni: per difendere un progetto di Stato coloniale “moderno” si è scelto di sostenere l’arretramento ideologico del nemico, pur di spezzare ogni possibilità di compromesso. Ne è venuto fuori un cortocircuito dove ogni parte ha fatto leva sul fondamentalismo dell’altra, ma il motore primo è rimasto uno: una volontà coloniale, espansionista, impermeabile al diritto internazionale.

Lo vediamo ora, in maniera plastica: più fronti di guerra aperti contemporaneamente, in violazione sistematica delle leggi internazionali, con un senso di impunità assoluta. Israele si comporta come se le regole della convivenza globale non valessero più, come se ogni principio dell’umanesimo giuridico potesse essere sospeso in nome della “sicurezza”. Ma così si alimenta solo l’instabilità globale, il disprezzo per le istituzioni multilaterali, la fine della speranza. E questo non può non riguardarci.

Nel frattempo, anche i simboli cristiani (che sono sempre palestinesi) diventano bersaglio. Prima gli sputi — umilianti, quotidiani — da parte di fanatici ultraortodossi contro sacerdoti, suore, pellegrini. Poi le bombe. E le chiese, come quella di Gaza, diventano ultimo rifugio e prossimo obiettivo.
Non è una serie di episodi isolati. È una cultura del disprezzo tollerata — se non incoraggiata — che colpisce tutto ciò che è diverso, minoritario, non conforme. E che oggi non risparmia più nessuno.

Oggi, Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori occupati, è diventata il simbolo della resistenza giuridica e morale a questa deriva. È insultata, delegittimata, accusata di antisemitismo per il semplice fatto di applicare il diritto internazionale. La sua voce ci ricorda che non siamo disarmati. Che c’è ancora uno spazio per la verità.

Da sempre, personalmente, ho trovato problematica l’idea di uno Stato su base etnico-religiosa. In profondo contrasto con l’idea di Stato moderno, laico, nata dall’Illuminismo e dalle rivoluzioni democratiche. Costruire un’identità statale su un principio di appartenenza esclusiva — religiosa, etnica, culturale — significa espellere tutto ciò che non vi rientra. È l’anticamera dell’apartheid, della deportazione, della cancellazione della memoria.

E questa logica si tocca ogni giorno, in Israele e nei territori occupati. Non è solo una teoria. È quello che ho vissuto negli occhi di Nabil mentre cercava la sua casa. È quello che ho sentito nei racconti di sacerdoti cattolici isolati, sotto pressione, logorati. È quello che vedo nel genocidio programmatico e oggi nelle rovine della chiesa di Gaza.

Tutto questo ci parla. Ci interroga.

Cosa siamo disposti a giustificare, pur di mantenere il nostro silenzio?

E soprattutto: quanto tempo possiamo resistere nel negare l’evidenza dell’ingiustizia?

Il rovescio della poltrona è scomodo. Non lo vogliamo guardare. Ma è lì che abita la verità.

E oggi più che mai, siamo chiamati ad accettare la scomoda postura.

Michele Lobaccaro

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